In pieno lock-down, con le industrie ferme, i signori dell’energia annunciavano risultati trionfali.
I monopoli, le concessioni e le concessioni in monopolio rendono e il sistema politico ha tutto l’interesse a mantenerne il controllo.
Con buona pace di Draghi e della concorrenza.
Su tutti brilla Terna che, in monopolio, gestisce la rete elettrica nazionale di alta tensione e altissima tensione.
Poi ci sono Enel, Snam, le ex-municipalizzate che, con pochi altri, si spartiscono una torta multimiliardaria.
Soddisfatti i ministeri, che le controllano, e le scremano per conto dello Stato, tronfi i managers, che intascano bonus immeritati, e felici anche i cinesi, ai quali, in parte,sono state vendute
Sono state conferite ai cinesi azioni delle infrastrutture nazionali strategiche che erano state pagate con le bollette di generazioni di consumatori italiani.
Nessuno reagisce, anche perché le operazioni restano sotto traccia
Per i gestori dei servizi essenziali – luce, gas, acqua – le bollette sono soldi garantiti, perché l’italiano medio le paga senza fiatare.
Magari non sa quanto paga, o quanto consuma ma con un RID in banca risolve tutto.
Se poi con la bolletta gli fanno pagare altro, come la televisione, se ne fa una ragione:”tanto non cambia nulla”.
Anche le PMI, chiuse durante il lock-down, dovranno pagare il doppio della bolletta di prima.
Tutti quei soldi serviranno a mantenere un sistema, autoreferenziale, che non sa come giustificare gli utili.
La morosità aumenta e il governo dovrebbe affrontare il problema degli oneri di sistema: 18 miliardi all’anno prelevati con le bollette.
E invece stanzia 600 milioni di euro per Alitalia, li prende dalle bollette come aveva fatto già l’anno scorso, con risultati facilmente prevedibili.
La situazione degli stoccaggi gas si fa sempre più complicata e le dichiarazioni del ministro Pichetto Fratin non aiutano a chiarirla. Se dobbiamo andare un paio di giorni fuori casa perché gli stoccaggi si riempiano il ministro non ha alcuna idea di cosa sta succedendo o gli raccontano una montagna di balle.
Il tema va approfondito seriamente anche perché in emergenza non ci muoviamo agilmente e abbiamo dei precedenti.
Nel febbraio del 2012 faceva un freddo cane e Paolo Scaroni, a quel tempo AD di ENI, informò il Governo Monti, che il gas sarebbe finito nel giro di un paio di giorni perché, disse, si consumavano 440 milioni di m3 al giorno, dei quali 160 prelevati dagli stoccaggi.
Quindi le importazioni di quei giorni erano di 280 milioni di m3/g e metà del gas arrivava dalla Russia.
Le reazioni di un governo tecnico, per di più alle prese con un emergenza, furono scomposte e devastanti per le bollette elettriche dei mesi successivi perché vennero riaccese le vetuste, e inefficienti centrali a olio combustibile e poi, sempre con i soldi delle nostre bollette, tenute pronte a funzionare fino a luglio.
Venne tolto gas alle utenze interrompibili, con danni economici per le industrie e tutto perché, negli stoccaggi, c’era molto meno gas di quanto ci sarebbe dovuto essere.
Massimo Mucchetti, poi Senatore della Repubblica, scrisse unpruriginoso articolo sul Corriere.
Oggi, per l’emergenza di Hormuz, abbiamo già deciso che terremo aperte le cantrali a carbone, per non restare al buio e per importare più gas che ci servirà per restare al caldo durante i prossimi inverni.
Per chi non l’avesse ancora capito, siamo in completa emergenza e l’impressione è che il ministro stia aspettando il solito stellone.
Ma in emergenza ognuno, in Europa farà i propri interessi e prima del “si salvi chi può” sarebbe consigliabile fare quattro conti e preparare i cittadini.
Ricordare il passato per cercare di capire cosa succede oggi con il gas.
Bisogna tornare a Obama, con Biden vice presidente, la cui amministrazione ha sempre osteggiato il Nord Stream 2, il secondo tubo del gasdotto russo-tedesco nel mar Baltico, voluto dalla Merkel, a sostegno dell’industria tedesca, e dai russi, che avrebbero investito in Germania nelle infrastrutture.
Salta tutto con l’invasione dell’Ucraina e la promessa di Biden di distruggere il tubo se la Russia avesse invaso.
In passato, l’Ucraina spillava il gas dal tubo,che le passava attraverso per alimentare gli europei, e gli stessi europei avevano sempre dovuto pagare le bollette russe all’Ucraina per non restare al freddo.
La prima amministrazione Trump, i suoi rapporti con Putin, e la manutenzione, programmata o meno, delle centrali nucleari francesi aveva fatto intravedere il ritorno dell’utilizzo del gas russo, poi tramontato con l’amministrazione Biden.
Il risultato, pessimo per gli europei, è che il prezzo del gas é raddoppiato, lo comprano essenzialmente liquefatto ed è di provenienza russa e americana in quanto il GNL non ha una “bandiera” specifica, ma è di chi lo compra.
Quindi ottimo risultato per gli americani, che era quello che volevano, che per i russi, che non devono passare più per l’Ucraina. Peccato per il gasdotto che comunque può sempre essere riattivato come il Nord stream se arriverà la pace.
Per capire quale potrebbe essere il futuro del mercato del gas, un rapporto dell’OIES del 2014 analizzava le alternative europee di approvvigionamento e criticava il fatto che si valutano sempre leopzioni europee e non quelle dei russi che, essendo i padroni del gas, sono molto più “elastiche“.
Il rapporto concludeva che la reciproca dipendenza presentava più vantaggi che svantaggi, anche perché l’Europa non sarebbe mai in grado di diversificare le fonti energetiche.
Il rapporto indicava,al 2030, un fabbisogno aggiuntivo di 100/200 miliardi di m3/anno e un prezzo – 20 €/MWh – che i russi saranno sempre in grado di garantire.
Oggi costa il doppio dopo essere costato, durante la crisi, dieci volte tanto.
Il commercio globale annuo di GNL raddoppierà al 2030: 700 miliardi di m3.
Passati nove anni dal rapporto, e con le sanzioni in essere ai russi, l’Europa dipende oggi dal gas americano pagandolo doppio di quanto lo pagava ai russi.
La Polonia non riceve più gas dai russi e noi riceviamo sempre meno gas dall’Africa e quello che arriva dall’Algeria è in parte russo.
A cosa è a chi servono dei contatori che pur pagati per farlo non fanno alcun servizio. Smart dequalificati
Il periodo di prescrizione a due anni significa che, se il distributore, di energia elettrica o di gas, non effettua le letture nei tempi imposti da Arera, potrà chiedere l’eventuale conguaglio solamente per due anni.
I consumatori possono quindi aspettare anche due anni prima di ricevere una bolletta con la certezza che comunque arriverà e con il conguaglio.
Qualche operatore, confidando nell’impreparazione dei consumatori, utilizza le società di recupero del credito.
A pag.21 del documento di consultazione, ARERA “dequalifica gli smart meters” a contatori tradizionali che sono molto meno smart di quanto volevano farci credere.
I consumatori invece pagano puntualmente, con ogni bolletta, il servizio “gestione del contatore”, e quindi anche la lettura dei contatori dovrebbe essere puntuale.
Invece le bollette addebitano consumi stimati che, ovviamente, risultano essere sempre maggiori di quelli effettivi.
E quand’anche il consumatore, ligio alle istruzioni della bolletta, comunica l’auto-lettura, il fornitore attende per mesi che il distributore lo confermi e, nel frattempo, continua a fatturare consumi stimati.
Il bollettone di conguaglio arriva quando il distributore finalmente si degna di leggere il contatore.
Quando trova, e succede spesso, qualcosa che, secondo il suo inappellabile giudizio non va, ricostruisce unilateralmente lo storico dei consumi elencando letture, presunte o meno, che risalgono magari a otto anni prima.
Con il bollettone arriva di solito anche la proposta di dilazionare il pagamento in rate, cosa che tutti accettano senza sapere che i contratti impongono al distributore di leggere il contatore ascadenze precise e se queste non vengono rispettate vanno contestate.
Sempre attenta ai diritti del consumatore, Arera ha così “inventato” il tentativo di lettura che avviene quasi sempre in periodi festivi, o magari il 15 agosto di otto anni prima, tanto non c’è nessuno che può contestare.
Quando poi il consumatore decide di cambiare fornitore é il delirio: il fornitore subentrantechiede al distributore di leggere il contatore, quello non lo fa e così, per mesi, arrivano bollette sia del vecchio che del nuovo fornitore, che a sua volta fattura consumi stimati.
É tutto questo accade perché nei contratti di fornitura non é prevista una lettura contestuale di inizio contratto: il vero scandalo tutto italiano.
Invece di ridurre il periodo di prescrizione, sarebbe stato molto più utile limitare drasticamente il numero delle bollette di acconto ( una all’anno) imponendo ai distributori di rendere il servizio per il quale sono profumatamente pagati.
Con il provvedimento si procrastina invece una situazione scandalosa, aggravata dal fatto che, con i nuovi contatori, la lettura dovrebbe essere effettuata in tempo reale, il che ovviamente non é vero, in attesa che i contatori siano tutti attrezzati mentre, con la delibera, si concedono due anni per non farlo.
Ma come mai i fornitori possono attendere anni per fatturare ingenti partite economiche che restano in sospensione di accisa e imposte ai danni dello Stato?
Cosa é cambiato in sei anni? Dopo una multa, il ricorso al TAR etc.
Nulla!
“Svuotare la maggior tutela prima che arrivi l’Autorità”, “accelerare la migrazione” dal mercato tutelato al mercato libero “in attesa che si definisca il quadro normativo-regolatorio” sulla fine dei prezzi tutelati su cui incombe un rischio aste, “l’obiettivo da raggiungere è far migrare i 21 milioni di clienti” dal mercato tutelato di Enel ( SEN) al mercato libero (Enel Energia).
Secondo il Garante, Enel ha perseguito la finalità di favorire la migrazione dalla tutela al libero in “modo abusivo”, sfruttando informazioni non accessibili ai concorrenti laddove “avrebbe viceversa potuto legittimamente attuare azioni commerciali lecite alla luce della disciplina antitrust, quali la proposizione di offerte economiche convenienti alla generalità dell’utenza, individuata mediante liste disponibili sul mercato, e quindi anche per i competitors”.
Nella delibera l’Antitrust rileva “profonde interessenze” e “osmosi informativa” tra le società di vendita in maggior tutela (Servizio Elettrico Nazionale – SEN) e sul mercato libero (Enel Energia), che afferiscono entrambe alla struttura Mercato Italia Enel. SEN, si legge ancora, svolge attività commerciali per conto di Enel Energia in virtù di un contratto di servizio, con un certo numero di dipendenti che svolge attività per conto di entrambe le società, in funzioni condivise.
Il Garante fa notare come tale vicinanza si sia acuita con la riorganizzazione effettuata nel 2014 dall’attuale vertice, che ha fatto scalare in basso di due livelli organizzativi la separazione operativa tra le due attività. Una circostanza indicata come problematica, negli anni passati, dalla stessa funzione antitrust Enel, che in una mail del 2016 al Mercato Italia, giudicava “evidente che abbassando il livello organizzativo al quale si effettua la separazione fra i due mercati, aumenta il rischio che la stessa organizzazione possa essere considerata come non adeguata”, incrementando il “numero delle persone che hanno simultaneo accesso ad entrambe le banche dati peraltro con mansioni sempre più operative”.
Centrale è il passaggio della fine dei prezzi tutelati,prevista ora a luglio 2020.
E’ in vista di questo passaggio – in particolare per limitarne i potenziali impatti negativi, ad esempio in termini di riduzione forzata delle quote di mercato tramite cessione all’asta di pacchetti di clienti – che, secondo l’Autorità, le società del gruppo hanno messo in atto le condotte censurate.
Secondo l’Antitrust è emersa “piena evidenza” della “volontà strategica del gruppo di neutralizzare il più possibile gli effetti di una simile
eventualità (le aste, ndr)”. Un incentivo per Enel a cercare di accelerare la migrazione dei propri clienti dal tutelato al libero, prosegue il Garante, è stato il rischio “di perdere i clienti nella propria customer base a esito di un processo pubblicamente definito di riallocazione della clientela in maggior tutela, ovvero di poterli acquisire, nel caso di aggiudicazione delle aste competitive, con una marginalità non in anticipo prevedibile, ma in ogni caso ragionevolmente inferiore a quella ottenibile anticipando il processo di acquisizione a mercato libero”.
Invece dell’asta, si legge nella delibera, in vista del 2020 la preferenza di Enel è per il modello “simil-gas”, ossia il passaggio dei clienti ex tutelati alla società di mercato libero del fornitore in tutela dopo un avviso in bolletta che li avverta della scadenza dei prezzi tutelati e della possibilità di cambiare fornitore.
Al tempo stesso, si legge ancora, comprendendo la potenziale problematicità di una tale soluzione che avvantaggerebbe gli incumbent (molti nuovi entranti da tempo sostengono infatti la messa all’asta), in questi anni Enel aveva valutato anche cessioni volontarie di pacchetti di clienti con o senza ramo d’azienda annesso o, ancora, l’ipotesi di un’offerta a prezzo fisso particolarmente vantaggiosa per clienti ex
tutelati, per mantenerli nel gruppo e fare da ponte verso il modello “simil-gas”.
Negli impegni Enel aveva promesso di non usare più le c.d. “anagrafiche privacy”, liste di clienti in maggior tutela compilate tramite la raccolta del consenso dei clienti SEN alla condivisione con società del gruppo. Liste definite infatti “strategiche” per l’acquisizione di clienti liberi in un documento dell’area Mercato Italia di Enel.
Le contestazioni dall’Antitrust ruotano appunto intorno alla fornitura di tali liste da SEN a EE (e non ai concorrenti, per i quali è previsto un consenso separato da parte dei clienti) e al loro utilizzo da parte della stessa EE per la proposta di offerte libere, in particolare la c.d. “Sempre Con Te” a prezzo fisso, pensata proprio in vista della fine dei prezzi tutelati con l’obiettivo di mantenere ‘in casa’ il maggior numero possibile di clienti.
Il Garante non ha invece censurato altre pratiche di Enel relative all’organizzazione delle attività all’interno dei punti fisici sul territorio e a presunte politiche di winback praticate in particolare verso l’operatore concorrente Green Network.
“Ampie sono le evidenze – scrive l’Agcm – in merito all’esistenza di un costante scambio di informazioni tra Areti e AE (Acea Energia ndr), che ha dato luogo all’utilizzo, nell’ambito dei piani strategici di AE, di dati sull’esatta consistenza numerica della base clienti dei principali venditori di energia allacciati alla rete distributiva di Areti e, quindi, concorrenti di AE. Queste informazioni, che hanno determinato una trasparenza sull’evoluzione delle dinamiche di mercato a solo vantaggio delle Parti (gruppo Acea ndr) nella fase delicatissima di programmata cessazione del SMT (servizio di maggior tutela ndr), sono state, infatti, sistematicamente utilizzate da AE nella pianificazione della propria strategia commerciale focalizzata sul c.d. “svuotamento”, a proprio vantaggio, della base clienti servita in maggior tutela”.
L’Antitrust ricostruisce da un lato come con gli aggiornamenti dei sistemi informatici Acea degli ultimi anni sia stata creata una piattaforma condivisa tra AE e Areti, con una funzione che tiene traccia tra le altre cose dei profili di buon o cattivo pagatore dei singoli clienti.
Dall’altro evidenzia una “gestione sostanzialmente unitaria da parte di AE delle attività di esercente il SMT e di venditore sul ML”, con le informazioni da trasmettere alla Capogruppo per la predisposizione di documenti di rendicontazione dell’attività di vendita “gestite dalle stesse persone e con documenti unici” e la “possibilità di accessi promiscui al data base dei clienti serviti in regime di maggior tutela”.
I database con i clienti così profilati venivano messi a disposizione anche delle agenzie di vendita esterne, i cui operatori erano tra le altre cose incaricati di usarle per effettuare check creditizi sui potenziali clienti prima di inserire le proposte di contratto nel sistema.
TTF – Title Transfer Facility – è un indice, trattato alla borsa olandese controllata dalla speculazione. Lo so che detto così suona male ma il TTF non è il prezzo del gas che gira nei tubi o viaggia per nave, ma di quello virtuale, tipo bitgas!
La piattaforma, creata da Gasunie, considerata un tempo la vera università del gas in quanto esperto operatore della trasmissione, è stata poi venduta alla borsa privata americana – Ice (IntercontinentalExchange) – che tra l’altro possiede anche l’indice NYSE.
I principali azionisti sono: Vanguard, Black Rock, State Street, Capital Research, Morgan Stanley, Geode e Lazard.
In sostanza, i prezzi dell’indice sono decisi a tavolino dagli speculatori e, in base a quell’indice, noi restiamo possiamo restare accesi e al caldo!
Ma il TTF ha anche un altro limite: il volume degli scambi rappresenta solo il 10% del totale e quindi, sono per il 90% ricoperture o scommesse finanziarie.
Non esserci accorti per tempo che affidarsi al TTF, tra la guerra in Ucraina e il gas russo che veniva a mancare, é stato devastante. Ma tant’è, siamo in mano ai norvegesi che hanno il gas e vogliono così.
Abbiamo importato GNL dagli americani, strapagandolo rispetto a quanto lo pagano là, e abbiamo riempito gli stoccaggi ( Mario Draghi con il suo “whatever it takes”) che ci sono costati 4,4 miliardi di euro.
Senza guerre, con i russi era andata bene per anni, anche se non si è mai saputo quanto gas girasse nei tubi, in forza degli ultrariservati contratti takeorpay,
Questo l’andamento dell’indice!
La brillante idea di affidarsi il TTF venne a Paolo Scaroni, AD dell’ENI nel 2012.
Al governo in quell’anno c’erano i tecnici di Mario Monti, e quando ci sono i tecnici bisogna stare attenti!
L’inverno precedente era stato molto complicato: a febbraio non arrivava il gas russo, faceva molto freddo e gli stoccaggi erano vuoti, come dichiarò lo stesso Scaroni.
I tecnici al governo, che di gas e di energia elettrica capivano poco o nulla, (al Mise c’era Corrado Passera) andarono nel panico e fecero riaccendere anche le vecchie centrali termiche a olio combustibile, che rimasero a disposizione, anche senza produrre, fino al luglio successivo, per la gioia dei consumatori che se le ritrovarono in bolletta.
Il comunicato che segue é del 10 ottobre 2012
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ROMA ( Reuters ) – L’Eni sta valutando l’eventualità di non rinnovare i contratti di approvvigionamento “take or pay” divenuti troppo onerosi, ma considerando il tema della sicurezza nazionale nell’approvvigionamento ha avviato su questo dossier un confronto con il governo e l’Autorità per l’energia.
Lo ha detto l’Ad della società Paolo Scaroni nel corso di una audizione in commissione Industria del Senato.
“Possiamo come Eni tentare di non rinnovare i contratti take or pay e risolvere quelli ancora in vigore perché divenuti eccessivamente onerosi.
Avremmo un netto miglioramento della nostra performance sia economica sia finanziaria abdicando al ruolo di fornitore di ultima istanza che ci viene attribuito per ragioni storiche”, ha detto Scaroni nel corso della sua introduzione all’audizione.
Per take or pay si intente la clausola inclusa nei contratti di acquisto di gas naturale in base alla quale l’acquirente è tenuto a corrispondere comunque, interamente o parzialmente, il prezzo di una quantità minima di gas prevista dal contratto, anche nell’eventualità che non la ritiri.
L’Ad ha proseguito che “oppure potremmo rinegoziare i contratti di lungo termine ma in questo caso la componente di sicurezza di approvvigionamento dovrebbe essere valorizzata. L’Eni ha già avviato un confronto sul tema con il ministero dell’Economia, il ministero dello sviluppo e l’Autorità per l’energia e il gas”.
Scaroni ha detto che i contratti in scadenza sono quelli con Norvegia e Olanda mentre quelli che si stanno rinegoziando sono con Russia e Algeria.
L’Ad ha precisato che “sono contratti nati negli anni 80 e oggi vorrei cercare di cancellarli”, ma in questo modo “si priverebbe il Paese della sicurezza nell’approvvigionamento”.
“Il capacity payment è quello che riconosce il valore alla sicurezza dell’approvvigionamento e quindi quello potrebbe essere una risposta. Possono essercene delle altre. Io credo che ci chiariremo le idee nei prossimi mesi proprio in questo dialogo con i ministeri e l’Autorità”, ha spiegato Scaroni.
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Alcune osservazioni:
1) che i contratti con i russi fossero diventati “troppo onerosi” lo sapeva solo ENI, e lo credettero i tecnici, senza poter controllare, perché i contratti erano e restano segreti!
3) non é mai stato chiaro se il “troppo oneroso“ si riferisca all’ENI o all’Italia.
Ambiguità confermata dalla questua di gas dello scorso anno del governo Draghi in giro per il mondo, con i ministri sempre al traino di ENI;
2) Le condizioni dei contratti take-or-pay sono appunto segrete ma si ipotizza che il prezzo del gas sia, in qualche modo, legato a prezzo del petrolio, molto più stabile di un indice come il TTF;
4) le forniture di gas russo sono sempre state essenziali per la sicurezza nazionale. Lo erano nel 2012, lo sono rimaste dopo l’invasione della Crimea nel 2014 e anche durante l’invasione dell’Ucraina. I contratti quindi erano e restano validi, ma chi può verificarlo?
5) nel 2012, cioè 12 anni dopo il decreto Letta – liberalizzazione del mercato del gas – ENI restava il fornitore “storico” di ultima istanza al quale competeva la sicurezza nazionale che Scaroni, voleva maggiormente valorizzata per riempire gli stoccaggi;
6) la Russia ha avuto quasi un anno per prefinanziarsi la guerra in Ucraina con il TTF (vedi grafico) mentre norvegesi e olandesi, sponsor del TTF, diventavano ricchi come i sauditi;
7) la domanda attuale di gas é crollata anche perché la speculazione sul TTF é per ora sospesa e ha lasciato il posto al mercato del gas “fisico”, che sembra non volere più nessuno. Il TTF vale comunque il doppio dell’estate 2021.
Sono intestatario di due POD e due PDR, serviti ognuno da un contratto “di maggior tutela”.
Desidero far presente che i contratti furono stipulati, e da me controfirmati, nel luglio 1993 con AEM (P.IVA 01199250158) e che, negli ultimi 30 anni, non ho mai firmato nessun nuovo contratto, né mi è stato richiesto di approvare aggiunte e/o modifiche che allineassero i contratti in essere alle disposizioni via via emanate da codesta Autorità.
Inoltre, negli ultimi 30 anni, non ho mai conferito mandato al Fornitore (prima AEM e poi A2A) per la stipula di contratti di trasporto con il Distributore.
Di fatto il mio è un contratto mai modificato rispetto alle pattuizioni iniziali, per l’inerzia del fornitore e del distributore.
A seguito delle nuove disposizioni che prevedono il termine del “Servizio di maggior tutela” ho esaminato le proposte contrattuali di alcuni fornitori e non ho trovato nessuna proposta di fornitura chiara ed esaustiva su alcuni aspetti contrattualmente significativi.
Ad esempio:
per quanto riguarda i rapporti con il Distributore vengono proposte condizioni di fornitura in cui il Cliente è obbligato ad accettare le condizioni tecniche eventualmente definite dal Distributore (e chi è? che cosa ha deciso? come faccio a controllare quali esse siano?? E se cambia il Distributore che faccio?’ chi mi tutela?’)
si dice che i contratti possano essere modificati – senza obblighi di informazione al Cliente – in base a norme emanate da ARERA (ma devo forse verificare in maniera continuativa e sistematica la vostra produzione normativa??) – a disposizioni di enti competenti (e chi sono?? come faccio a controllare la congruità?)
Viene chiesto di accettare disposizioni contrattuali che sono in palese conflitto con la fattispecie contrattuale in essere (email modificate con il mio assenso). Mi viene poi, ad esempio, richiesto di dare mandato al Fornitore a sottoscrivere un contratto con il Distributore, senza nessuna pubblicità di quanto sottoscritto.A supporto di quanto affermo, allego le condizioni generali di fornitura previste da A2A. Preciso che altre società di vendita prevedono clausole del tutto simili (e palesemente vessatorie nei confronti del Consumatore)
Conclusioni
Alla luce di quanto evidenziato, essendo chiaramente impossibilitato a compiere una scelta consapevole ed informata per il passaggio al Mercato libero,
Chiedo cortesemente a codesta Autorità di attivarsi con il mio fornitore A2A (come sopra identificato)
per mantenere in essere per i quattro contratti di fornitura, la presente situazione contrattuale, “Servizio di maggior tutela” oppure, in alternativa, di prevedere che venga predisposta dai Fornitori una contrattualistica che sia completa, corretta ed esaustiva a tutela dei diritti del consumatore.
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Lettera di un consumatore di Milano ad Arera (settembre 2023)
Qualche consiglio pratico visto che la maggiore risorsa energetica di questo paese è il risparmio (P.S.)
Sapere quanto consumate, in kWh e m3 di gas. Leggete i contatori!
Confrontare i numeri dei contatori con quelli delle bollette.
Limitare la potenza contrattuale: a una famiglia di quattro persone basta una potenza di 3 kW utilizzando un elettrodomestico e a pieno carico.
Non cambiare fornitore senza capire tutte le condizioni che vi vengono offerte. Evitare fornitori non referenziati.
Non comunicare mai al telefono, o compilare moduli sulle piattaforme internet con i dati sensibili delle vostre forniture che sono il numero di POD per la luce e il PDR per il gas.
Annullare l’addebito diretto in banca perché solo in questo modo sarete costretti a capire quanto consumate e quanto pagate.
Dopo avere verificato le bollette, dovete pagarle nei termini perché i morosi verranno “staccati” per primi.
Dovete verificare tutti i termostati di casa, dal boiler dell’acqua calda al frigorifero e alle valvole termostatiche dei termosifoni.
Se usate il gas solo per cucinare, sostituitelo con piastre a induzione.
Usate lampade a led e spegnete tutti gli apparecchi elettronici in stand-by, dal televisore allo stereo, dai computers alla Wi-Fi etc.
Cambiate tutti i vecchi elettrodomestici energivori con i nuovi A++, utilizzare programmi eco sui nuovi e a pieno carico
TAP, come tutti gli altri gasdotti, é un tubo che trasporta gas di proprietà di terzi.
Tutti i gasdotti trasportano gas per conto di terzi e le clausole delle transazioni sono note solo a quelli che li sottoscrivono.
Sono segrete!
Inoltre, nessuno può dire quanto gas, di quello che arriva, si ferma in Italia anche perché, con la legge n. 96 del 20.11.2009, l’Italia ha sottratto alla metrologia legale i sistemi di misura del gas installati all’ingresso e all’uscita del paese.
È ciò“al fine di semplificare gli scambi del gas”.
La legge é pacificamente lesiva della Direttiva 2004/22/CE del 31 marzo 2004.
Infrazione comunitaria a parte, il risultato é che l’Italia non possiede il dato legale della movimentazione del gas naturale, in entrata e uscita.
Quanto é valido, quindi, il dato trasmesso dagli importatori all’Agenzia delle dogane?
I soci di TAP sono: BP (20%), SOCAR (20%), SNAM (20%), Fluxys (19%), ENAGAS (16%), AXPO (5%) e la portata teorica totale annua del tubo é di 11 miliardi di m3.
La quota di Snam, ammesso che Snam riservi il gas all’Italia, sarebbe di un paio di miliardi di m3.
Quindi non conosciamo il volume del gas che entra ma, in compenso, il prezzo sembrerebbe molto elevato, come pubblica il sole24ore di oggi.
Un prezzo talmente alto che sembra ampiamente giustificare i viaggi della speranza del “governo dei migliori” in Azerbaijan.
Basta fare una divisione per capire che qualcuno ci marcia,e parecchio!
Altro problema: perché in Europa il gas si negozia e si misura in €/MWh, un’unità di misura legale e, quando viene venduto in Italia, si misura in standard metri cubi (smc), un unità di misura che legale non é? In base a quale legge?
In base all’allegato A della Delibera ARG/gas 155/08 di ARERA, il gas non viene misurato in metri cubi, come previsto dalla Direttiva comunitaria in materia di unitá di misura, ma in Smc (Standard metri cubi).
Sulle bollette lo Smc è definito come “unità di fatturazione” ma l’unità di fatturazione non é l’euro?
Comunque, siccome la Direttiva sulle unità di misura legali non prevede lo Standard metro cubo, il suo uso è illegale e titolo per l’applicazione di una sanzione.
In un settore strategico, come quello dell’energia prodotta essenzialmente con il gas, il dato delle quantità movimentate non é legale e invece di mettere a posto la faccenda, che potrebbe nascondere volumi di gas non indifferenti, andiamo ad elemosinare gas all’estero?
Ci voleva la guerra per ricordarci quanto dipendevamo dal gas russo.
Siccome era sempre disponibile, ci arrivava con i tubi dalla Russia, era anche a buon mercato, abbiamo lasciato il nostro gas sotto terra. E le piattaforme abbandonate in Adriatico lo provano.
Il governo ( dei migliori e della crisi ) è andato a cercarlo in giro per il mondo, convinto di trovarne nel giro di pochi mesi.
Per fortuna non ha fatto freddo e il gas russo è stato sostituito da quello (dicono) proveniente da altri paesi; abbiamo pagato qualche bolletta “da infarto” e adesso aspettiamo gli eventi.
Ma proprio perché c’è meno gas sarebbe opportuno mettere un po’ d’ordine nella filiera della sua misurazione.
Le anomalie nella filiera della misurazione del gas in Italia sono tre: unità di misura,potere calorifico e sistemi di misurazione.
1) Le bollette fatturano Sm3 – standard metri cubi. Lo Sm3 non è un’unità di misura legale. L’unità di misura legale è il m3. Il gas all’ingrosso si paga in MWh. In tutta Europa le bollette addebitano kWh. In Italia lo Sm3 viene definito sulle bollette “unità di fatturazione”.
L’unitá di fatturazione é l’euro, e la bolletta non é regolare.
2) Il PCS – potere calorifico superiore – del gas viene stabilito da Snam Rete Gas che lo trasporta in monopolio. SNAM è controllata da CDP della quale lo Stato è azionista di riferimento
3) I sistemi di misurazione del gas, installati all’arrivo dei gasdotti in Italia, sono stati sottratti ai controlli della Metrologa Legale. L’inchiesta della Procura di Milano del 2008 é stata bloccata da un decreto, poi convertito in legge, che non ha risolto il problema. La legge risulta palesemente in contrasto con la Direttiva 2004/22/CE, recepita in Italia nel 2007.
Le anomalie risalgono al 1997 e la responsabilità é sempre stata del ministero, che ora si chiama MASE.
Quanto gas non misurato, e quindi non contabilizzato, circola in Italia?
Il gas più economico della terra si trova in Texas, è il gas del Permiano e costa zero!
In Italia lo pagheremo comunque quattro volte quello che pagavamo il gas russo da tubo, e sembra saremo obbligati ad acquistarlo anche dagli USA, per il problema dazi.
Ma cosa stanno combinando gli americani, e qual’è il motore di tutto questo casino che nasconde problemi ambientali non trascurabili?
Come sempre il petrolio, la cui ricerca nelle pietre bituminose del sottosuolo, ha scatenato una crescita senza precedenti della produzione di gas associato, aumentata di otto volte negli ultimi dieci anni.
L’aumento ha messo in crisi la capacità di asporto, sia in termini di impianti di lavorazione che di gasdotti. Le infrastrutture sono saturate, e i prezzi del gas sono andati per mesi in territorio negativo, il che significa che i produttori hanno dovuto pagare, per farsi portare via il gas, e per continuare a produrre qualcosa di molto più prezioso: il greggio.
Le altre cause concomitanti sono:
(1) stoccaggio completo: i siti di stoccaggio del gas in Texas erano già pieni al 70% all’inizio di aprile, il che significa che la domanda di iniezione è stata limitata durante l’estate;
(2) la manutenzione del gasdotto durante l’estate ha ulteriormente limitato la capacità di asporto, anche attraverso il sistema di gasdotti di El Paso;
(3) ritardi del gasdotto: il gasdotto Matterhorn è stato ritardato più volte, anche dopo l’uragano Beryl, che ha ulteriormente depresso i prezzi del gas.
Previsto un maggiore utilizzo del gasdotto Matterhorn (25 miliardi di metri cubi/anno), anche se un’interruzione non pianificata di un gasdotto potrebbe facilmente riportarli in territorio negativo.
Ci sono nuovi progetti di gasdotti in fase di sviluppo, tra cui l’Hugh Brinson Pipeline (15 miliardi di metri cubi/anno) che ha appena ricevuto il FID e dovrebbe iniziare le operazioni entro la fine del 2026.
Il gas del Permiano, incredibilmente economico, è l’abbinamento perfetto per servire la rivoluzione dell’intelligenza artificiale alimentando i data center affamati di energia.
Riaccendiamo le caldaie, quasi tutte a gas, e il prossimo inverno potremmo restare proprio senza gas, che ci serve anche per produrre metà dell’energia elettrica nazionale.
Se invece il gas ci sarà, lo pagheremo il triplo rispetto all’anno scorso.
I prezzi dell’energia sono impazziti: prima della pandemia il gas costava 15€/MWh mentre il TTF di febbraio ‘22 era a 100. Oggi viaggia tra 30 e 40.
Il prezzo dell’energia elettrica é parametrato a quello del gas e colpisce le industrie che si stavano appena riprendendo dalla pandemia.
Un aumento reale del PIL del 6%, in questa situazione altamente inflattiva, non è pensabile!
Soluzioni a breve non ce ne sono, se non pagare e aspettare che la tempesta passi, se passerà.
Scomposte le reazioni: abbiamo dato subito la colpa ai russi, che ogni inverno ci scaldano e che teniamo sotto embargo da anni.
Uno degli ultimi messaggi di Angela Merkel, che ha raddoppiato il gasdotto Nord Stream, che porta gas russo direttamente in Germania, è chiaro: forse l’Europa compra poco gas russo.
Ursula Von Der Leyen era invece di parere contrario: basta gas, solo rinnovabili!
E così tutti a blaterare di transizione energetica contro le fossili, che rappresentano il 60% della nostra produzione, senza prima dire ai russi: “stiamo pensando di diminuire le fonti fossili, ma avremo ancora bisogno del vostro gas, mettiamoci d’accordo sul prezzo, torniamo ai contratti take-or-pay”.
Contratti che invece abbiamo fatto scadere, fidandoci del gas naturale liquefatto americano, che doveva arrivare in Europa, ma chissà a quale prezzo, e che che adesso finisce tutto in Cina.
Il cambiamento climatico invia segnali chiari e gli eventi atmosferici estremi s’intensificano con conseguenze difficili da prevedere, come il calo del vento in Germania con i parchi eolici che non producono.
Da tempo ci si chiede quale sia l’affidabilità delle rinnovabili, sulle quali abbiamo deciso di puntare.
E l’affidabilità delle altre infrastrutture?
I gasdotti sono obsoleti, gli stoccaggi sono talmente strategici che non si sa mai quanto gas c’è, o ci sarà, le vecchie centrali nucleari francesi garantiscono il 15% dei nostri consumi e, alla fine, saranno finanziate dall’Europa perché, e su questo i francesi hanno ragione, l’energia delle nucleari é carbon free.
E gli incidenti? Ci stanno anche quelli, come 2003, quando restammo al buio per un fantomatico albero caduto in Svizzera.
Ora tutto é interconnesso e ci vuole poco per far saltare il sistema.
C’è bisogno di un serio piano di resilienza energetica, che faccia tesoro degli errori del passato.
Partendo proprio dagli stoccaggi visto che statisticamente il grande freddo da noi dura al massimo una settimana e i consumatori già pagano in tariffa il gas delle emergenze.
Quando serve, ci deve essere gas per resistere una settimana, fatecelo pagare quanto volete ma la gente non può ammalarsi di nuovo perché fa freddo.
Ogni inverno, invece, o c’è ne sempre una oppure gli ignoranti fanno il solito terrorismo e appena arriva il freddo andiamo in confusione.
Nel 2012fa molto freddo e l’AD di ENI informa che si consumano 440 milioni di m3 al giorno. (ndr. un volume da ricordare per i prossimi mesi). Viene fuori che c’è gas solo per tre giorni: stoccaggi vuoti!
Preso dal panico il governo Monti accende le centrali a olio combustibile, che restano pronte a produrre fino a luglio, mentre Mucchetti, ancora al Corriere prima di finire al Senato, scrive di metaniere che vagano nel Mediterraneo.
Nel Gennaio 2015 arriva poco gas dalla Russia e si pompa troppo dagli stoccaggi .
Il ministero dichiara l’allarmeche “prevede che siano gli operatori a mettere in campo tutte le azioni di mercato più opportune per consentire il ritorno alla normalità”.
Detto fatto: il giorno dopo, con un tempismo perfetto, una metaniera scarica GNL a Livorno.
Nel 2015 i russi sospendono le forniture all’Ukraina perché non paga il gas. Attraverso l’Ukraina passa il gas per l’Europa e, se l’Europa non scalda l’Ukraina pagandole il gas, il gas non arriva. Per questa ragione i tedeschi si riforniranno direttamente dalla Russia con il Nord Stream.
In Marzo 2017l’incidente di Baumgarten in Austria blocca il gasdotto del nord e nel dicembre dello stesso anno il prezzo del gas raddoppia a 35 €/MWh (ndr. un prezzo da ricordare per i prossimi mesi) perché il gasdotto va in manutenzione e la portata dimezzerà per due anni.
Nel 2018 una nuova crisi con l’Ukraina, che si risolve di nuovo con i soldi dell’Europa.
Comunque tutti i contratti di fornitura di gas sono secretati: dove finisca il gas e a quale prezzo nessuno può saperlo.
Con queste incertezze bisogna muoversi adesso, con una cabina di regia ad hoc, che preveda tutti gli scenari possibili e i criteri per affrontarli senza ritrovarsi a dover agire, come sempre, nel panico.
Bisognerebbe poi pensare nel lungo periodo perché se i prezzi energetici resteranno a questi livelli dovremo davvero consumare di meno!
E’ un cambio epocale e le scelte condizioneranno il nostro futuro.
Il governo tedesco ha deciso, da più di un anno , di aiutare le industrie e i consumatori con un piano di emergenza da duecento miliardi di euro.
Per un decennio, mentre noi spendevamo, i tedeschi accumulavano surplus commerciali che, stando alle regole UE, avrebbero dovuto restituire, ma nessuno insisteva più di tanto, perché c’era la Merkel.
Il nuovo piano tedesco è semplice: se consumi meno energia ti premio!
Da noi, non solo non se ne parla ma si continua invece ad installare potenza senza tenere conto della domanda.
Siccome tutto viene messo a carico delle bollette perché premiare chi consuma meno?
Meglio staccare l’energia se il sistema va in crisi.
Ripubblico un post di cinque anni fa perché stanno partendo i lavori della nuova dorsale adriatica gas, ovviamente a spese dei consumatori.
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Verranno espiantati dieci mila olivi lungo i 55 km del gasdotto di collegamento tra la stazione di arrivo del TAP a Meledugno e la rete nazionale a Brindisi.
Il collegamento è di competenza Snam e le “poche decine di olivi”, delle quali tutti scrivono, sono solo quelle dell’ultimo tratto del TAP su suolo italiano, otto chilometri.
Perché il TAP non sia “approdato” a Brindisi, per alimentare direttamente la centrale a carbone dell’Enel, ma senza passare tra gli ulivi, resta un mistero. Si dice ci fossero 11 opzioni che sono state opportunamente valutate.
Ma, oltre al problema degli olivi e quello recente del nuovo sultano turco, non è chiaro se il gas che arriverà con il TAP sarà tutto azero e, quindi, se rappresenterà davvero una diversificazione delle nostre fonti di approvvigionamento, affrancandoci in parte dal gas russo.
Ilrapporto dell’OIES di Oxford tratta il tema e pone interrogativi sulla reale capacità dell’Azerbaijan di produrre tanto gas da esportarlo nel lungo termine.
Un rapportoprecedente analizzava il mercato europeo del gas e le diverse fonti di approvvigionamento.
I recenti sviluppi in Turchia, i persistenti problemi con l’Ucraina, dovuti al passaggio dei gasdotti, e una sempre maggiore influenza russa, potrebbero in effetti rendere difficile la gestione del gasdotto.
Inoltre, la futura domanda di gas dei balcani potrebbe ridurre sensibilmente i nove miliardi di metri cubi annui, destinati sulla carta all’Italia.
Stanno per riaccendere i riscaldamenti e sono in molti a rischiare di restare senza gas.
Meglio quindi verificare i contratti che possono venire risolti anche così.
Sono circa una settantina,su 250, che non saranno in grado di sostenere le condizioni di un mercato ormai fuori controllo.
Per reperire gas, ad un prezzo anche dieci volte superiore rispetto a quello di un anno fa, dovrebbero emettere garanzie bancarie, che non possono emettere, e assumersi il rischio di non essere poi pagate dai clienti finali.
Per primi verranno staccati i “cattivi” pagatori, come per es. i condomìni, che passeranno alla FUI, fornitura di ultima istanza.
Un mercato, quello della “salvaguardia”, che dovrà presto essere finanziato perché non è stata previsto, né capitalizzato per un’economia di guerra.
D’altro canto la “liberalizzazione all’italiana” ha creato centinaia di fornitori, che agiscono senza alcun controllo e senza un albo, lasciando i consumatori in balia di società senza scrupoli, destinate ora a sparire.
Dopo la tempesta ne resteranno una trentina, come negli altri paesi europei.
I sopravvissuti chiederanno pagamentianticipati e garanzie che si aggiungeranno alla quota della materia prima: per i clienti finali, i condomìni, la spesa del riscaldamento potrebbe anche triplicare.
E questo solo per scaldarci!
Le industrie avevano già capito in luglio quale sarebbe stato il loro destino!
I più bravi CFO si erano coperti con prodotti derivati per il 2022, ma non per il 2023.
Salvo qualche pezza messa dal governo, mentre a Berlino sono già cominciati i razionamenti, continuiamo a bearci sulle percentuali di riempimento degli stoccaggi senza spiegare ai cittadini che se dovesse fare freddo, senza il gas russo, arriveremo a malapena a fine anno.
L’anno termico inizia infatti il 1° ottobre, ed entro il 12 settembre i distributori di gas dovevano prenotare la capacità di trasporto a Snam. Ma circa un terzo, dei 70 miliardi di metri cubi che l’Italia mediamente consuma in un anno, sono ancora senza contratto.
“Bisogna distinguere i timori economici-inflattivi dai timori sulle quantità. In Italia in questo momento stiamo esportando. Oggi ci sono oltre 40 milioni di metri cubi di gas per gli stoccaggi e tra i 18 e i 20 milioni esportati” dichiara Cingolani, che di gas capisce poco.
Va infatti chiarito – i “ragazzi del coro” fanno sempre casino – che non è l’Italia ad esportare, come vorrebbero far credere, ma sono gli operatori, i cui i clienti hanno rifiutano la consegna del gas acquistato, che sono costretti a cederlo all’estero anche perché gli stoccaggi sono pieni.
Per farlo utilizzano i gasdotti, che abbiamo pagato con le bollette, dei quali il proprietario é Snam, che ne incassa il beneficio.
Cingolani utilizza il “noi maiestatico” perché ha partecipato alla “questua” di gas con Eni negli ultimi mesi in giro per il mondo.
Ma è chiaro che il gas in transito non ha bandiera, non paga nessuna tassa né accisa. Stessa cosa per il gas che arriva da nord.
Nessun beneficio per il paese, e nessun export di gas.
Considerato che la rete dei gasdotti europei é interconnessa, che una quota, seppur minima, di esportazione è fisiologica e che le condizioni economiche degli scambi di gas sono ignote a tutti, Cingolani compreso, va detto che:
Nel delirio speculativo dell’ultimo anno, gli importatori hanno sempre acquistato a prezzi crescenti, perché gli operatori a valle prenotavano gas e volevano garantirlo ai propri clienti;
il gas degli stoccaggi, che sono ormai pieni, si usa d’inverno quando fa freddo;
la domanda di gas é scesa a settembre del 17%; molte industrie hanno ridotto i consumi, hanno cancellato gli ordini oppure non sono in grado di garantire i pagamenti;
ma il gas prenotato si é presentato puntuale al confini perché i contratti sul gas fisico sono rigidi;
quel gas non può fermarsi né essere bruciato come fanno i russi;
chi lo ha acquistato lo deve in qualche modo vendere e quindi;
il gas finisce all’estero, e magari a condizioni penalizzanti per chi invece credeva di poterlo piazzare in italia.
Anche se, come detto, si tratta di volumi marginali, quel gas potrebbe essere utilizzato diversamente come, per esempio, per produrre energia elettrica, il cui prezzo continua ad essere alto, con l’aiuto del governo.
È quanto hanno fatto i tedeschi mettendo sul piatto i 200 miliardi che hanno indispettito i nostri politici.
I tedeschi non possono permettersi che crolli tutta l’industria. Noi si anche perché i 200 miliardi non li abbiamo.
I nuovi contatori del gas dovrebbero essere letti da remoto, facendoci pagare solo il gas che consumiamo, cioè nessun consumo stimato e nessun conguaglio
La novità é che, se non pagheremo la bolletta, potranno toglierci il gas battendo sulla tastiera di un computer che azionerà una valvola posta all’interno del contatore.
Di quella valvola non si sa nulla salvo che è lì “a fini gestionali“!
Con quella valvola il livello di sicurezza peggiora e chi si è già fatto installare i nuovi contatori chiuda sempre la valvola generale del gas.
Oltre al costo del contatore, spalmato nelle bollette dei prossimi dieci anni, l’utente con i nuovi contatori pagherà il servizio di lettura da remoto, anche se poi il servizio non verrà reso: già oggi si perdono i dati di due utenti su tre.
Non era più agevole leggere il contatore come una volta: un solo numero a prova di idiota!
La legge prevede che sia ancora così “una facile lettura senza dover fare nulla” e invece provate a vedere se ci riuscite!
Ma la novità é la valvola interna al contatore che modifica le responsabilità tra fornitore, distributore e utente, e i contratti non ne tengono conto.
La direttiva europea MID, che regola l’immissione sul mercato dei soli contatori, non prevede alcun sistema di misura remoto.
Inoltre “le delibere dell’AEEGSI non possono avere alcun rilievo normativo o impositivo perché non hanno alcun valore coattivo nei confronti del consumatore e non escludono il diritto del consumatore ad essere risarcito in caso di violazioni del diritto vigente.”
Prima della sostituzione, il sistema dev’essere quindi reso legale e inattaccabile da interventi che possano interferire sulla trasmissione del dato di consumo, addirittura manipolarlo o, malauguratamente, intervenire sulla valvola.
Il manuale del contatore della foto recita: “l’aggiornamento del firmware può essere facilmente effettuato anche da remoto”.
Ed é questo il punto: chi può modificare il programma da remoto? Con quale sicurezza? Con quale protocollo di comunicazione?
Stessa cosa per i contatori di energia elettrica: si sa solo che Enel li gestisce da remoto, ma nessuno può controllare come e cosa faccia!
La direttiva MID stabilisce che “è il dato generato del contatore l’unico valido per la transazione”, indipendentemente da come poi venga gestito.
Senza questi chiarimenti, l’installazione va rifiutata anche perché il contatore non rappresenta alcun vantaggio per il consumatore che paga qualcosa che non gli serve ma serve ad altri!
Nota: il contatore Samgas della foto solo uno dei tipi che stanno installando.
L’impreparazione dei nostri governi é stata fatale
Colpita soprattutto l’Italia, che dipende fatalmente dall’estero e che riaccende le centrali a carbone, in attesa di un inverno che potrebbe diventare complicato.
I rincari delle bollette sono stati in parte ridotti con la sospensione dal pagamento della voce “oneri di sistema”, con i quali vengono finanziate le energie rinnovabili e tutta una serie di attività che con l’energia elettrica hanno poco da spartire.
Va peggio con il gas: milioni di italiani che lo utilizzano per scaldarsi riceveranno, a parità di consumi, bollette triplicate.
Il governo ha intenzione di tassare gli extra-profitti delle società che in questi mesi hanno speculato sull’emergenza ma il provvedimento, ammesso che vada in porto, avrà effetto solo l’anno prossimo.
La relazione annuale che il regolatore – Arera – presenta al Parlamento evidenzia che l’importazione di gas naturale avviene in base a contratti pluriennali indicizzati al prezzo del petrolio.
Ma non sono indicizzati a quel prezzo i contratti con i quali l’importatore rivende il gas a valle, che si basa sul TTF della borsa di Amsterdam, un dato estremamente volatile perché si applica a quantità esigue.
Il rapporto che si stabilisce tra importatore e clienti è quindi essenzialmente finanziario, e non più fisico, e gli operatori possono scambiarsi più volte le stesse partite di gas a prezzi sempre più elevati, facendo così lievitare artificialmente il prezzo al consumo.
Nel 2020 il meccanismo ha fatto sì che, a fronte di una immissione nella rete nazionale di 70 miliardi di metri cubi di gas, siano state scambiate partite di gas per circa 368 miliardi, cinque volte le quantità fisiche.
Permettere il giochetto in tempo di guerra è stato devastante!
Il cliente finale paga poi un prezzo ancora maggiore, che include i ricarichi e il costo del trasporto del gas in rete.
Il costo del gas naturale indicizzato al Brent (prezzo pagato dagli importatori) è passato così dai 22 centesimi al metro cubo standard del gennaio 2021 ai 53 del giugno 2022.
L’incremento dovrebbe riguardare solo il gas contrattualizzato a giugno 2022, non quello contrattualizzato in precedenza.
Invece nello stesso periodo il prezzo TTF (applicato dall’importatore a intermediari e distributori) passa da 0,22 a 1,30 €/smc, con un rincaro del 489%.
In questo modo il prezzo pagato dall’utenza non ha più alcun rapporto con quello pagato dall’importatore.
Per spezzare la catena speculativa sarebbe sufficiente obbligare gli importatori a fissare il prezzo di vendita del gas in base ai prezzi di acquisto, pur sommandovi un adeguato profitto di impresa.
Si potrebbe inoltre vietare l’accesso al mercato ai troppi che svolgono esclusivamente attività di intermediazione: 250 soggetti, tra grossisti, venditori e operatori misti.
Ma evidentemente la decisione scontenterebbe quanti da anni in Italia speculano liberamente sul gas sotto il “monitoraggio” consenziente di Arera, ricavando margini che, secondo alcuni magistrati, andrebbero in parte a finanziare la politica.
E così anche il governo, anziché imporre i necessari correttivi in sede nazionale, preferisce ricorrere alla Commissione Europea chiedendo a marzo di fissare un tetto al prezzo massimo del gas.
Non ricevendo alcun riscontro, a fine di giugno chiede una riunione del Consiglio Europeo da tenersi a luglio sul tema energetico.
Ma il Consiglio si limita ad invitare la Commissione a produrre uno studio entro settembre per discuterne nel Consiglio di ottobre.
La formula utilizzata è la seguente: “Il Consiglio europeo ribadisce il suo invito alla Commissione ad esplorare con i nostri partner internazionali i modi per contenere l’aumento dei prezzi dell’energia, compresa la possibilità di introdurre tetti temporanei ai prezzi delle importazioni dell’energia, dove appropriato”.
Successivamente il governo punta sulla diversificazione delle forniture, avviando una vera e propria questua di gas “virtuale” in Angola, Congo e Mozambico.
Virtuale perché la risposta è sempre la stessa “se volete il gas venite a scavare”.
Quindi adesso speriamo sul gas che proviene dall’Algeria, che già fornisce circa il 30% del fabbisogno italiano. L’aumento previsto dovrebbe essere di 3 miliardi di m3 nell’immediato, che diventeranno 6 miliardi nel 2023 e 9 miliardi successivamente.
E così le chiavi della nostra economia passeranno dalle mani della Russia a quelle dell’Algeria, paese dove anche i russi scavano da anni e ad alta instabilità politica,
.Alla fine giugno il fallimento della politica energetica italiana è conclamato. Carlo Calenda, leader di Azione e fresco vincitore delle elezioni amministrative di Roma, rilancia il nucleare, invitando il governo a rivalutare l’opzione.
Ma la proposta cade nel vuoto: i tempi del nucleare vanno ben oltre la scadenza della legislatura, e i politici italiani preferiscono decidere giorno per giorno e solo nella logica dell’emergenza; il futuro del paese è argomento che affronteranno altri.
A proposito di futuro, c’è chi rammenta che la nuova crisi energetica deriva anche dalle improvvide decisioni assunte dopo Chernobyl e dopo Fukushima.
Grazie a quelle decisioni (“il metano ti dà una mano”) le chiavi del nostro sistema elettrico (e della nostra economia) sono passate dalle mani di chi ci forniva il petrolio negli anni Settanta a quelle di chi ci fornisce oggi il gas naturale, senza che i governi che si sono succeduti abbiano fatto alcunché per riorientare le scelte, limitandosi ad accettare supinamente le follie che Bruxelles e gli ambientalisti ci hanno imposto sulle fonti rinnovabili.
Senza considerare il fatto che gli altri partner europei potevano pagare quelle follie grazie alle sostanziose quote della produzione elettrica affidate al nucleare e al carbone.
Nel 2022 il sistema elettrico italiano si trova ancora nell’occhio del ciclone.
Eppure siamo ancora costretti ad ascoltare imbecillità come “il nucleare non avrebbe risolto il problema” oppure “tutto ciò accade perché non abbiamo investito abbastanza sulle fonti rinnovabili”.