I grandi gruppi energetici possono fare quello che vogliono: possono scontare del 30/40/50% le bollette senza alcun problema. Basta che si coprano con i derivati e ti vendono per un paio d’anni a 100 quello che oggi vale 200.
Già successo nel 2022, andate a vedere, ma tutti hanno dimenticato.
Quale effetto avranno gli sconti sui concorrenti che non dispongono della stessa forza economica e finanziaria?
Un piccolo venditore, anche se sono sempre più numerosi, acquista energia sul mercato e vive del margine della vendita.
Non può senz’altro permettersi di comprimere per lungo tempo quel margine per inseguire i grandi.
Il rischio quindi è che un vantaggio immediato per alcuni consumatori possa trasformarsi in uno strumento di concentrazione del mercato.
Con gli sconti, i grandi restituiscono, ai propri clienti, una parte dei maggiori margini disponibili mentre ai piccoli non resta che chiudere.
Quindi il governo non interviene sugli extraprofitti ma la modificata strategia di vendita dei grandi crea sollievo ai consumatori “predestinati”, ricevendo il plauso del governo.
C’è poi il problema del prezzo marginale: produzioni con costi marginali molto bassi vengano remunerate al prezzo della produzione più costosa, necessaria a soddisfare la domanda, generando ricavi inframarginali molto rilevanti. E i grandi gruppi non solo distribuiscono e vendono energia elettrica, ma anche la producono.
Vero è che i ricavi degli inframarginali servono a remunerare investimenti, capitale e rischio, ma quando diventano eccezionalmente elevati, perché non individuare nella quota eccedente una congrua remunerazione e restituirla al sistema, abbassando il costo dell’energia per tutti e non solo per i “predestinati”.
Questo competerebbe al governo, che però ha demandato alle sue controllate.
L’Europa ha già sperimentato, durante la crisi energetica, un meccanismo temporaneo di limitazione dei ricavi di determinate produzioni inframarginali, destinando i ricavi eccedenti a misure per i consumatori.
Perché quindi utilizzare la forza economica dei grandi operatori per fare “mega sconti” soltanto ai loro clienti, quando si potrebbe studiare un meccanismo generale che restituisca gli eventuali extra-ricavi a tutti i consumatori, senza alterare la concorrenza tra venditori?
I venditori indipendenti non sono un ostacolo al mercato libero ma dovrebbero essere la garanzia dell’esistenza dello stesso.
Vogliamo abbassare il prezzo dell’energia per tutti i consumatori italiani o utilizzare gli extra-margini per una guerra commerciale che rischia di lasciare sul mercato soltanto i più grandi?
Forse il gioco è veramente finito e con la scusa dell’emergenza tanto vale riconcentrare il tutto su pochi operatori, esattamente come 25 anni fa.
Durante la crisi energetica del 2022, UE adottò il regolamento (UE) 2022/1854. Il regolamento fissò temporaneamente a 180 euro/MWh un tetto ai ricavi di mercato di determinate tecnologie inframarginali.
Il regolamento non fissava il tetto al livello del costo marginale delle tecnologie interessate.
Ma lo collocava a un livello ritenuto sufficientemente elevato da lasciare margine rispetto ai costi livellati dell’energia e alle aspettative di redditività degli investitori.
Il regolamento prevedeva inoltre la possibilità di adattamenti in presenza di costi di investimento o operativi superiori.
Soprattutto, i ricavi eccedenti, derivanti dal tetto, dovevano essere utilizzati per finanziare misure mirate a favore dei clienti finali.
Si trattava di una misura emergenziale e temporanea, non di un modello permanente.
Tuttavia costituisce un precedente importante perché dimostra che l’ordinamento europeo aveva già separato, in circostanze eccezionali, il prezzo marginale formato sul mercato, dalla piena raccolta dei ricavi delle tecnologie inframarginali.
Stiamo per riaccendere le caldaie, che bruciano quasi tutte gas e, quando farà freddo, potremmo restare proprio senza gas, essenziale anche per produrre metà dell’energia elettrica nazionale.
Il nostro confort invernale, a Milano, costerà comunque il 40% in più rispetto alla scorsa stagione termica. Questo dicono a settembre, poi vedremo.
Prima del Covid, il gas costava 10 €/MWh, 100 quando i russi hanno invaso l’Ucraina, 300 al massimo della speculazione sempre nel 2022, e oggi il trend è questo:
Il prezzo, all’ingrosso, dell’energia elettrica é 2/3 volte quello del gas e, con l’attuale sistema di formazione del prezzo, viene stabilito da quello del gas.
Non si scappa, è matematico: moltiplicate il TTF per due, o meglio per tre, trovate il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica, poi moltiplicate di nuovo il risultato per altre due volte o tre, e trovate il prezzo che pagherete in bolletta.
Soluzioni sembra non essercene: aprire i gasdotti russi non se ne parla, è una questione di principio, cambiare il metodo di formazione del prezzo neppure perché sono troppi gli interessi del “sistema” inteso come Stato o come governo, che sulle bollette campa.
In attesa che la tempesta passi, se passerà, bisognerebbe, sensibilizzare la gente raccontando, per esempio, come andò nel 1973 e quanto durò l’austerity. In Cina c’era ancora Mao e non si produceva nulla.
Magari razionare come gli addetti ai lavori, quelli bravi e pochi, dicono da mesi.
La guerra nel golfo durerà, i treni di liquefazione del gas del Qatar sono distrutti, da Hormuz passa solo chi paga. La situazione è molto più complicata degli anni ‘70.
Diciamo che non sarà più come prima.
In una recente intervista, Angela Merkel, che raddoppiò il gasdotto Nord Stream, che avrebbe portato gas russo direttamente in Germania, riconosceva che l’Europa compra poco gas russo.
Stesso messaggio di Claudio Descalzi e di Franco Bernabè di qualche mese fa.
Ursula Von Der Leyen era invece di parere contrario: basta gas, solo rinnovabili!
E così tutti a blaterare di transizione energetica, di centrali nucleari, contro le fossili, che rappresentano comunque il 50% della produzione elettrica.
Senza dire, ma non si può, ai russi: “stiamo pensando di diminuire le fonti fossili, ma avremo ancora bisogno del vostro gas, mettiamoci d’accordo sul prezzo, torniamo ai contratti take-or-pay”.
Contratti scaduti quelli con o che stanno scadendo, a vantaggio del gas naturale liquefatto americano, che doveva arrivare in Europa, ma chissà a quale prezzo, e che nel frattempo finisce in Cina.
Il gas costa 10 volte quello russo da tubo? A chi interessa?
Nel 2021 successe la stessa cosa, ma noi importavamo ancora dalla Russia, ora non più.
Il cambiamento climatico invia segnali chiari e gli eventi atmosferici estremi s’intensificano con conseguenze difficili da prevedere, come il calo del vento in Germania con i parchi eolici che non producono, oppure in UK, patria del vento, dove i produttori falliscono.
Da tempo ci si chiede quale sia l’affidabilità delle rinnovabili, sulle quali abbiamo deciso di puntare perché “lo ha chiesto l’Europa” ma la rete non è progettata per tre milioni di produttori!
È la vecchia rete di enel, enormi centrali sul mare dove c’era acqua per raffreddare e carbone o olio da ricevere e bruciare. E dopo il gas da bruciare arrivava con i tubi da Algeria e Libia.
Ma, oltre ai problemi locali della Libia, anche i gasdotti ormai sono obsoleti, e gli stoccaggi sono talmente “strategici” che non si sa mai quanto gas c’è, o ci sarà.
Il “sistema” che vive di bollette, ci fa i soldi anche con quelli.
Le centrali nucleari francesi ci tengono acceso il nord e garantiscono il 15% dei nostri consumi. Base load non “se c’è bello” o bonaccia.
Alla fine le centrali francesi saranno finanziate dall’Europa perché, l’energia delle nucleari é carbon free, noi invece continueremo a pagare la tassa sulla CO2 che ormai costa come l’energia.
Speriamo che non si ripeta quanto successo nel 2003, quando restammo al buio per un fantomatico albero caduto in Svizzera.
Ora,tutto é interconnesso e ci vuole poco per far saltare il sistema. Basta vedere quello che è successo in Spagna e la linea di interconnessione con la Francia.
C’è bisogno di un serio piano di resilienza energetica, che faccia tesoro degli errori del passato.
Partendo proprio dagli stoccaggi, visto che statisticamente il grande freddo di gennaio/febbraio da noi dura al massimo una settimana, e i consumatori già pagano in tariffa il gas stoccato per le emergenze.
Quando serve, ci deve essere gas per resistere una settimana, fatecelo pagare quanto volete ma la gente non può ammalarsi perché fa freddo.
Ogni inverno, invece, appena arriva un po’ di freddo andiamo in confusione.
Come nel 2012, quando fa molto freddo e Scaroni, AD di ENI, informa il governo e il popolo che si consumano 440 milioni di m3 al giorno. (ndr. un volume da ricordare per i prossimi mesi). Viene fuori che c’è gas solo per tre giorni: stoccaggi vuoti!
Preso dal panico il governo Monti accende le centrali a olio combustibile, che restano pronte a produrre fino a luglio, mentre Mucchetti, ancora al Corriere prima di finire al Senato, scrive di metaniere che vagano nel Mediterraneo.
Nel Gennaio 2015 arriva poco gas dalla Russia e si pompa troppo dagli stoccaggi.
Il ministero dichiara l’allarmeche “prevede che siano gli operatori a mettere in campo tutte le azioni di mercato più opportune per consentire il ritorno alla normalità”.
Detto fatto: il giorno dopo, con un tempismo perfetto, una metaniera scarica GNL a Livorno.
Nel 2015 i russi sospendono le forniture all’Ukraina perché non paga il gas. Infatti il gas dei russi agli ucraini, oltre al nostro, lo abbiamo pagato sempre noi europei.
Attraverso l’Ukraina passava il gas per l’Europa e, se l’Europa non scaldava l’Ukraina pagandole il gas, il gas non arrivava.
Per questa ragione i tedeschi volevano ricevere gas direttamente dalla Russia con il Nord Stream e per questo gli ucraini, con il permesso di Biden, lo hanno distrutto.
In Marzo 2017l’incidente di Baumgarten in Austria blocca il gasdotto del nord e nel dicembre dello stesso anno il prezzo del gas raddoppia a 35 €/MWh (ndr. un prezzo da ricordare per i prossimi mesi) perché il gasdotto va in manutenzione e la portata dimezzerà per due anni.
Nel 2018 una nuova crisi con l’Ukraina, che si risolve di nuovo con i soldi dell’Europa.
Comunque tutti i contratti di fornitura di gas sono secretati: dove finisca il gas e a quale prezzo nessuno può saperlo, tanto meno il liquefatto.
Bisognerebbe pensare nel lungo periodo perché se i prezzi energetici resteranno a questi livelli, soccomberemo.
E’ un cambio epocale e le scelte, difficilissime, condizioneranno il nostro futuro.
Dopo anni di proposte, confronti istituzionali e ricorsi, e dopo aver tentato di applicare al sistema i principi liberali proclamati dal decreto Bersani, è emerso un assetto rigido, poco incline al dialogo e scarsamente compatibile con una reale libertà economica.
Per comprenderne le ragioni, è stato necessario riesaminarne regole, gli atti fondativi, le evoluzioni giuridiche e le trasformazioni societarie.
Per capire come società e infrastrutture pubbliche, finanziate per decenni dalle bollette, fossero state trasformate in soggetti formalmente privati ma ancora inseriti in un perimetro di controllo pubblico rilevante.
Da questo riesame è emersa la formazione progressiva di un assetto concentrato, non presentato come monopolio ma capace di produrre effetti analoghi sul controllo delle funzioni essenziali.
Nei primi anni della liberalizzazione incompiuta, il problema sembrava la forza dei concorrenti; in realtà, il nodo era nell’architettura originaria del nuovo sistema.
La direttiva 1996/92/CE mirava a un mercato concorrenziale fondato su un accesso trasparente alla rete, basato su costi effettivi e non discriminatorio.
Nel 1999 l’Italia recepisce la direttiva con il decreto legislativo n. 79, noto come decreto Bersani, ma dal recepimento sembra derivare un assetto nel quale funzioni, flussi economici e poteri di intervento tendono a concentrarsi nuovamente.
Con l’articolo 3, commi 10 e 11, il decreto introduce gli oneri generali di sistema e li associa alla voce trasporto, attribuendo a componenti estranee al servizio un peso crescente nella bolletta e nell’accesso alla rete.
Poiché chi trasporta e misura l’energia può incidere sulla continuità della fornitura, il mancato pagamento di componenti inserite nel trasporto non produce solo effetti patrimoniali, ma può condizionare l’accesso al servizio.
Il meccanismo equivale a subordinare l’uso della strada al pagamento, attraverso il pedaggio, di finalità esterne alla circolazione.
Queste componenti non esprimono costi di trasporto o distribuzione, ma partite economiche estranee al consumo individuale, decise per finalità politiche, ambientali e industriali.
Il nuovo assetto consente al Ministero dell’Economia di incidere su snodi essenziali — Enel, Terna, GME, flussi degli oneri generali di sistema e componente fiscale — concentrando leve economiche, regolatorie e infrastrutturali.
Nel 2019, l’Europa interviene nuovamente con la direttiva 2019/944, il cui articolo 43, comma 5, ribadisce che produzione e trasmissione, quando riconducibili a enti pubblici, devono restare affidate a soggetti distinti e non sottoposti al medesimo centro di controllo.
In Italia questa distinzione appare indebolita dalla presenza di società formalmente private, ma inserite nel perimetro pubblico.
Enel, per esempio, modifica nel tempo la ragione sociale della controllata attiva nella distribuzione — da Enel Distribuzione a e-distribuzione — con costi riconosciuti secondo le regole stabilite dal regolatore.
All’interrompibilità internazionale, che per alcuni anni aveva prodotto vantaggi per il Paese, il sistema ha reagito intervenendo non sul prezzo o sulla qualità, ma sull’accesso alla rete e sugli oneri generali di sistema.
L’Europa voleva un mercato; l’Italia ha costruito un assetto che, nei suoi effetti concreti, concentra potere attraverso rete, oneri e funzioni essenziali.
Ne deriva una tensione con il quadro europeo e con i principi costituzionali che richiedono equilibrio tra regolazione, proprietà, benefici economici e poteri sanzionatori.
La Costituzione tutela i servizi essenziali, che devono garantire continuità, accessibilità e tutela dei diritti fondamentali, senza trasformarsi in strumenti di privilegio o discriminazione.
I soggetti,considerati separatamente, appaiono giustificabili; osservati insieme, mostrano la struttura del nuovo assetto.
I compiti risultano ripartiti tra:
Produttori di energia, cioè la totalità dei soggetti che immettono energia in rete con obbligo di vendita al GME, di controllo governativo;
Terna, incaricata della trasmissione dell’energia in alta e altissima tensione e dell’interconnessione con l’estero, garantisce l’equilibrio fisico della rete in ogni istante;
L’attività di distribuzione — con capofila e-distribuzione, società del gruppo Enel, e le ex municipalizzate — assicura che l’energia arrivi ovunque e sempre, anche dove non sarebbe economicamente conveniente farla arrivare;
Il GSE sostiene l’attuazione delle scelte di politica energetica trasformandole in flussi finanziari regolati, sostenuti dalla contribuzione dei consumatori;
Acquirente Unico svolge una funzione di tutela per categorie di consumatori che il mercato non assorbe pienamente in condizioni ordinarie;
Sogin gestisce il passato nucleare italiano, mai davvero chiuso, e svolge attività di bonifica anche in ambiti internazionali;
ARERA garantisce che il sistema operi in modo coerente, ordinato e formalmente corretto.
Il sistema elettrico italiano non nasce da un disegno dichiarato, ma da decisioni stratificate nel tempo, ciascuna dotata di una propria giustificazione formale.
L’esito è una bolletta più onerosa e una crescente concentrazione di stabilità, controllo e benefici entro il perimetro pubblico.
Nel tempo, gli oneri generali di sistema hanno trasferito sui consumatori una quota rilevante del rischio economico, consolidando tale posizione.
La liberalizzazione finisce così per operare entro un perimetro che concentra concessioni, funzioni essenziali e flussi economici.
Mercato e concorrenza esistono, ma operano in un perimetro che non controllano.
Il venditore resta l’anello più debole della catena, mentre famiglie e imprese conservano una capacità limitata di incidere.
Le stesse associazioni dei consumatori sono approvate e pagate dal ministero.
Il sistema funziona tecnicamente, ma tende ad assegnare stabilmente vantaggio e potere a chi incide su reti, flussi, regole e tempi.
La complessità delle bollette impedisce a molti consumatori di sapere con precisione dove finisca il loro denaro e limita la possibilità di discutere o correggere il sistema.
Solo ciò che viene conosciuto a fondo può essere discusso e, se necessario, corretto.
La discussione sul costo dell’energia richiede una valutazione preliminare: quale sarebbe l’impatto effettivo per la finanza pubblica se una parte significativa degli oneri generali di sistema fosse rimossa dalle bollette elettriche e ricondotta alla fiscalità generale?
Dal 2013 al 2024, attraverso le bollette sono stati prelevati circa 150 miliardi di euro di oneri generali di sistema: una cifra enorme, che non può essere considerata solo come una voce tecnica.
Un intervento ipotetico da venti miliardi di euro non dovrebbe quindi essere letto solo come minore entrata immediata, ma come una riallocazione di risorse con effetti potenziali su consumi, investimenti, occupazione e gettito futuro.
Quelle risorse resterebbero infatti nella disponibilità di famiglie e imprese e continuerebbero, almeno in parte, a circolare nell’economia reale.
Inoltre, lo Stato rinuncerebbe nell’immediato anche al gettito IVA collegato a quella componente della bolletta, ma una parte del valore potrebbe rientrare attraverso canali fiscali diversi.
Una famiglia che paga meno l’energia elettrica dispone di una quota maggiore di reddito per consumare, risparmiare, ridurre il proprio indebitamento o affrontare altre spese.
Un’impresa che paga meno l’energia può investire, assumere, restare competitiva, ridurre i prezzi o mantenere in Italia produzioni che, con costi troppo elevati, rischiano di diventare non sostenibili.
Il profilo rilevante non è soltanto il mancato incasso iniziale, ma la quota di risorse che può rientrare nel circuito della finanza pubblica attraverso una maggiore attività economica.
Maggiori consumi generano IVA; maggiori redditi e occupazione producono imposte e contributi; maggiori utili delle imprese ampliano la base imponibile.
Quanto rientrerebbe nelle casse pubbliche dipenderebbe dalla risposta dell’economia: dai consumi, dagli investimenti, dalle importazioni e dalla capacità produttiva del Paese.
C’è poi un secondo effetto, meno visibile ma decisivo: l’effetto sul prodotto interno lordo.
Un importo di questa dimensione rappresenta una leva macroeconomica rilevante, soprattutto in un sistema produttivo esposto alla concorrenza internazionale e ai costi dell’energia.
Se una parte di queste risorse, invece di essere prelevata attraverso la bolletta, alimenta consumi, produzione e investimenti, il PIL può risultare più alto rispetto allo scenario in cui quel prelievo resta invariato.
E quando cresce il PIL, cambia anche il rapporto debito/PIL: uno degli indicatori più importanti per la finanza pubblica italiana e per il confronto con l’Europa.
Il debito non si valuta soltanto in valore assoluto: si valuta anche rispetto alla forza dell’economia che lo deve sostenere.
Se cresce il denominatore, cioè il PIL, il rapporto debito/PIL può migliorare anche senza una riduzione immediata dello stock del debito.
Naturalmente, questo non significa che l’operazione sia neutrale o automatica. Tutto dipende da come viene costruita.
Se ci limitiamo a togliere venti miliardi dalle bollette e a trasferirli, senza alcuna revisione, sul bilancio dello Stato, rischiamo solo di spostare il problema da una tasca all’altra.
Il cittadino pagherebbe meno in bolletta, ma lo Stato dovrebbe comunque trovare altrove le stesse risorse.
La rimozione degli oneri dalla bolletta dovrebbe pertanto essere accompagnata da una revisione puntuale della loro natura, della loro attualità, della loro dimensione e delle modalità di finanziamento. In particolare, occorre valutare:
È ancora giusto finanziare attraverso il kilowattora politiche pubbliche che riguardano l’intera collettività?
È necessario mantenere tutte le componenti nella loro dimensione attuale?
Quali voci devono essere sostenute dalla fiscalità generale e quali possono essere ridotte o superate?
Quali misure hanno esaurito la funzione per cui erano state introdotte?
La valutazione centrale riguarda quindi il costo economico complessivo dell’attuale modalità di finanziamento.
Sono domande essenziali per un Paese con un debito pubblico elevato e con margini di bilancio limitati.
Per questo togliere gli oneri dalla bolletta non deve essere raccontato come un semplice sconto ai consumatori.
Deve essere valutato come una scelta di politica economica: quanto costa nell’immediato, quanto può rientrare attraverso la crescita, quanto PIL aggiuntivo può generare, quale effetto produce sul deficit e quale sul rapporto debito/PIL.
La questione, quindi, non è soltanto se lo Stato possa rinunciare a venti miliardi nel breve periodo, ma dove quelle risorse producano il maggiore valore economico e sociale per l’Italia.
C’è una differenza profonda tra venti miliardi prelevati e venti miliardi lasciati nell’economia reale.
I primi vengono indirizzati verso destinazioni determinate attraverso un meccanismo obbligatorio collegato al consumo di energia; i secondi restano distribuiti tra milioni di famiglie e imprese e possono trasformarsi in consumi, investimenti, lavoro, produzione e nuova base imponibile.
Non dobbiamo decidere a priori quale impiego sia migliore. Dobbiamo misurarlo, con serietà e trasparenza.
Ed è proprio questo confronto che per troppo tempo è mancato.
Abbiamo imparato a calcolare quanto valgono gli oneri generali di sistema. Ma non abbiamo misurato con la stessa attenzione quanto costa all’economia raccoglierli attraverso l’energia.
Se una riduzione strutturale del costo dell’energia elettrica aumenta il reddito disponibile delle famiglie, rafforza la competitività delle imprese, amplia la base imponibile e sostiene il PIL, allora una parte del costo iniziale può rientrare nella finanza pubblica attraverso la crescita.
La domanda conclusiva dovrebbe quindi essere posta in termini di interesse generale: quale costo sostiene l’Italia mantenendo in bolletta oneri che potrebbero essere riconsiderati, ridotti o finanziati in modo più coerente con la loro natura pubblica?
In base ai dati pubblicati da Terna, nel suo rapporto mensile,e ai valori del PUN Index GME del Mercato del Giorno Prima, questa è la stima di quanto ci è costato utilizzare il metodo “a prezzo marginale” nei primi otto mesi dell’anno.
Inframarginale teorico = (PUN mensile – 40 €/MWh) × produzione FER mensile
Il valore di 40 €/MWh è il costo medio convenzionale utilizzato per rendere confrontabili i valori mensili.
L’inframarginale teorico rappresenta il differenziale economico lordo prodotto dall’applicazione del metodo “a prezzo marginale” e non l’utile conseguito dai produttori.
Fino ad agosto, le fonti rinnovabili hanno prodotto complessivamente 92,420 TWh:
La crescita di oltre 6,4 TWh del fotovoltaico, e di 1,1 TWh dell’eolico, viene compensata dalla riduzione di 5,7 TWh di idroelettrico, bioenergie e geotermico.
Nonostante il notevole sviluppo del fotovoltaico, la produzione FER complessiva aumenta solamente dell’1,2%.
Fino ad agosto, il fabbisogno è di 218,010 TWh, contro 207,658 TWh nello stesso periodo del 2025, con un incremento del 5%.
Poiché la domanda è cresciuta molto più rapidamente della produzione rinnovabile, la quota FER sul fabbisogno è diminuita rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso:
gennaio–agosto 2025: circa 44,0%;
gennaio–agosto 2026: 42,4%.
La produzione di rinnovabile non cresce quindi con lo stesso trend della domanda.
La differenza è stata coperta da:
la produzione termica raggiunge 101,608 TWh, in aumento del 5,9%;
il saldo netto con l’estero ammonta a 34,549 TWh, in aumento del 9,9%;
la produzione nazionale netta al consumo copre l’85,7% della domanda;
il restante 14,3% viene soddisfatto dalle importazioni.
Fino a marzo la produzione FER sale progressivamente da 8,873 a 10,407 TWh. La quota sul fabbisogno passa dal 31,6% al 39,3%. Il fotovoltaico è condizionato dalle giornate corte, mentre l’eolico offre un contributo rilevante: nei primi tre mesi produce 7,706 TWh, quasi quanto l’idroelettrico e il fotovoltaico.
L’inframarginale teorico del primo trimestre è stimato in 2,62 miliardi di euro.
Aprile e maggio sono i mesi migliori per le rinnovabili. La produzione fotovoltaica cresce rapidamente, mentre la domanda rimane relativamente contenuta:
il 49,5% in aprile;
il 52,8% in maggio, valore massimo degli otto mesi.
Maggio è l’unico mese nel quale le rinnovabili superano la metà del fabbisogno elettrico nazionale.
Il PUN rimane però intorno ai 119 €/MWh, e questo serve a sfatare la leggenda che le rinnovabili riducono le bollette.
L’inframarginale teorico calcolato è di 939 milioni ad aprile e 1,04 miliardi a maggio.
Da giugno la domanda cresce perché fa caldo e si ricorre ai condizionatori:
28,034 TWh in giugno;
32,455 TWh in luglio;
28,884 TWh in agosto.
La produzione FER resta elevata, ma non cresce allo stesso ritmo.
La quota rinnovabile scende quindi dal 52,8% di maggio al 47% di giugno e al 41,5% circa in luglio e agosto.
Nello stesso periodo il PUN aumenta 50,8%:
maggio: 119,35 €/MWh;
giugno: 132,50 €/MWh;
luglio: 157,04 €/MWh;
agosto: 180 €/MWh.
In agosto la produzione FER scende a 11,972 TWh, contro 13,457 TWh di luglio.
La diminuzione mensile è di 1,485 TWh, pari all’11%:
fotovoltaico: –556 GWh;
idroelettrico: –541 GWh;
eolico: –325 GWh;
bioenergie: –69 GWh.
Non risultano elementi che consentano di attribuire questa diminuzione a una fermata generalizzata, o deliberata, degli impianti rinnovabili. Il confronto con agosto 2025 mostra infatti una produzione FER complessivamente stabile, anzi leggermente superiore: +0,4%.
Rispetto ad agosto 2025:
il fotovoltaico aumenta del 20,4%;
l’idroelettrico diminuisce del 16%;
l’eolico diminuisce del 24,2%;
le bioenergie diminuiscono del 3,5%;
il geotermico diminuisce del 3,4%.
La forte crescita del FV è stata quindi quasi completamente compensata dalla minore produzione idroelettrica ed eolica.
Interessante notare che in agosto si produce meno energia rinnovabile di luglio, l’inframarginale è superiore: 1,68 miliardi contro 1,58 miliardi di luglio.
E questo dipende dal PUN, salito da 157,04 a 180 €/MWh.
La stima dell’inframarginale di agosto è di 1,68 miliardi.
Valorizzando la produzione FER di ciascun mese, al relativo PUN, il valore teorico lordo dell’energia prodotta nei primi otto mesi è di 12,76 miliardi di euro.
Applicando alla produzione un costo medio convenzionale di 40 €/MWh, pari complessivamente a circa 3,70 miliardi, il differenziale inframarginale teorico risulta pari a:
9,06 miliardi di euro
Con la seguente distribuzione mensile:
Gennaio 0,82 mld €
Febbraio. 0,72 mld €
Marzo. 1,08 mld €
Aprile. 0,94 mld €
Maggio. 1,04 mld €
Giugno. 1,22 mld €
Luglio. 1,58 mld €
Agosto. 1,68 mld €
Totale. 9,06 mld €
Il risultato varia naturalmente in funzione del costo attribuito alla produzione rinnovabile.
Tuttavia, una valutazione equilibrata consente di collocare l’inframarginale, prodotto dalle sole fonti rinnovabili, in una fascia compresa fra 7,2 e 10,9 miliardi di euro.
Considerazioni conclusive
I valori calcolati sono una stima ma danno comunque l’ordine di grandezza dell’ammontare economico che si forma quando fonti caratterizzate da costi variabili relativamente bassi vengono valorizzate in un mercato il cui prezzo è determinato dalla fonti a costo più elevato e, nello specifico, dal gas.
Le rinnovabili non hanno prodotto molto più del 2025, ma il valore economico della loro produzione è aumentato..
La diminuzione della quota FER durante l’estate non ha ridotto l’inframarginale, anzi in luglio e agosto, proprio i mesi nei quali la quota rinnovabile è scesa al 41%, hanno prodotto per 3,26 miliardi di euro, e quindi più di tutto il primo trimestre.
Nel suo nuovo libro – La luce tradita – Filippo Giusto indica le vere ragioni per le quali l’energia elettrica è così cara.
Da bene essenziale allo sviluppo del paese, la luce si è trasformata in un mezzo capace di condizionare la vita dei consumatori, delle imprese e delle famiglie.
Il libro analizza la struttura del sistema elettrico italiano che, in venticinque anni, ha subito una profonda e silenziosa trasformazione, ne valuta il costo e il ruolo dei principali attori.
Testimone attivo della trasformazione, Giusto ripercorre il passaggio dal modello pubblico iniziale alla mancata liberalizzazione del mercato.
Un sostanziale fallimento, se l’attuale sistema non è in grado di garantire un prezzo equo dell’energia elettrica e se il divario, tra costo effettivo dell’energia e prezzo finale pagato dai consumatori, è così marcato.
Con la costante benedizione della politica, e dei governi condizionati da lobbies potentissime, i produttori, i gestori delle reti, i venditori, le varie autorità di regolazione formano un sistema talmente complesso da rendere impossibile individuare le singole responsabilità, gli interessi incrociati e i beneficiari.
I governi degli ultimi vent’anni hanno sovrapposto interventi senza una strategia energetica che avesse, come fine ultimo, il benessere dei cittadini e la prosperità del paese.
Si è passati così da un sistema che funzionava, e che ha sostenuto la crescita del paese, ad un molok che attinge risorse dal consumatore, senza neppure spiegargli cosa paga e perché.
Partendo dai dati di bilancio delle imprese rimaste saldamente sotto il controllo della politica, il libro indica l’ammontare degli oneri generali di sistema, dei costi di distribuzione e di trasmissione, della gestione delle risorse, delle accise e delle imposte, cioè tutto quanto non è energia e che siamo costretti a pagare, pena il distacco.
L’analisi si concentra sul periodo tra il 2013 e il 2024 e porta ad un devastante conto di centinaia di miliardi di euro, dimostrando che il costo della bolletta non dipende solamente da fattori esogeni, ma da decisioni politiche, fiscali e regolatorie.
La luce tradita avanza anche alcune proposte che potrebbero rendere il sistema più equo, trasparente, ed efficiente.
Trasferire alla fiscalità generale gli oneri che non dipendono direttamente dai consumi; rivedere il meccanismo di formazione del prezzo dell’energia elettrica; favorire contratti in grado di restituire ai consumatori i benefici delle produzioni a basso costo; rafforzare il controllo sui flussi economici e sulle responsabilità degli operatori.
Il tutto attraverso un Ente di controllo che riporti al centro l’interesse collettivo.
L’energia elettrica non è una merce qualsiasi: utilizzarla è condizione essenziale della vita quotidiana, della competitività delle imprese e dello sviluppo economico e sociale del Paese.
La luce tradita aiuta a capire il sistema per poterlo giudicare e per poter immaginare un’alternativa attraverso un confronto pubblico, restituendo a cittadini e consumatori il diritto di sapere cosa pagano, perché lo pagano e a chi.
L’attuale sistema elettrico italiano non è un libero mercato, ma un monopolio di Stato a forma societaria: il Governo controlla tutto, mantenendo i benefici e scaricando tutti i rischi sulle bollette dei consumatori.
La falsa liberalizzazione, avviata con il Decreto Bersani nel 1999, ha trasformato la voce “trasporto” della vecchia bolletta dell’Enel, in un mezzo per incassare somme di denaro del tutto estranee al servizio.
Invece dei proclami, che giungono scomposti da tutte le parti politiche, che invece hanno l’interesse a mantenere lo status quo, sarebbe necessaria un’operazione di pulizia strutturale: scorporare la “tassazione” impropria dalle bollette, separare nettamente le filiere pubbliche, come peraltro le direttive UE impongono, affrontare il problema delle concessioni monopolistiche, restituendo competitività al tessuto produttivo nazionale e dignità alle famiglie.
La struttura del sistema elettrico italiano soffre di un’inefficienza sistemica a danno dei consumatori e a difesa della “cassa pubblica”:
● con l’imposizione degli Oneri di Sistema, il Decreto Legislativo 79/1999 (Decreto Bersani) ha creato contributi parafiscali, e i costi derivanti dalle scelte di politica energetica e ambientale sono stati scaricati in bolletta.
Una scelta che trasforma partite economiche, estranee ai consumi, in costi d’accesso alla rete elettrica.
● Coercizione Economica: collegare gli oneri di sistema al servizio di trasporto dell’energia elettrica crea un “ricatto operativo”: chi non paga resta fuori al buio;
● Conflitto di interessi: attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il governo avoca a sé ruoli incompatibili con un libero mercato dell’energia elettrica: controlla la produzione (Enel), la trasmissione (Terna) la distribuzione (Enel), la formazione del prezzo (GME), l’erogazione degli incentivi (GSE), la liquidità (CSEA) e la regolazione (ARERA).
Il governo è, al tempo stesso, legislatore, arbitro, azionista delle imprese ( quotate in borsa) e beneficiario finanziario.
● Trasferimento integrale del rischio: l’incertezza e il rischio economico degli investimenti, inesistenti per le partecipate governative (quotate in borsa) vengono trasferiti integralmente nei bilanci delle aziende private e nelle bollette delle famiglie, trasformandole in una “tassa di sovranità” incontrollabile.
● infrazione delle Direttive UE: nonostante la Direttiva UE 2019/944 (art. 43, comma 5) imponga la netta separazione tra chi gestisce la trasmissione e chi produce o vende energia elettrica, il sistema italiano mantiene una convergenza sostanziale sotto il controllo del governo.
Con queste premesse, si cercato di valutare il peso economico di questa endemica stortura, che dura da un quarto di secolo, partendo dai dati di bilancio dei “governativi” nel periodo 2013/2024.
Il desco
Qualche considerazione su CSEA – Cassa per i Servizi Energetici e Ambientali – che raccoglie e distribuisce i proventi degli oneri generali di sistema, decisi da Arera/GSE e incassati con le bollette, e li versa ai soggetti che ne hanno diritto, prevalentemente ai produttori di energia rinnovabile.
CSEA non produce energia, non la vende ma ha un ruolo contabile e di compensazione, nella sostanza una banca.
Sconosciuta ai consumatori, CSEA è cruciale per capire come il costo dell’energia elettrica in Italia non dipenda soltanto dal mercato, ma anche dalle scelte governative per es. su chi sostenere, su come e quanto farlo.
Il dato interessante è l’ammontare delle sue giacenze, depositate in contabilità separata presso la Tesoreria dello Stato, che si attestano costantemente sui 5 miliardi di euro.
Un “tesoretto” di risorse già riscosse e in attesa di essere redistribuite. Le giacenze non sono episodiche, o di emergenza, ma strutturali, a conferma che il meccanismo di raccolta e allocazione genera anticipazioni finanziarie stabili e cospicue.
La raccolta è soggetta a delibere di Arera non sempre trasparenti. Così , in presenza di un prelievo annuo rilevante, e a una filiera che produce utili consistenti, emerge un incredibile e ingiustificata riserva di liquidità. Confermando che il sistema non opera mai con scarsità di cassa, ma mantiene un margine finanziario significativo, nonostante la frequente narrativa mediatica di urgenza e necessità e di continui interventi correttivi.
Quindi che senso aveva la proposta del governo, poi accantonata, di cartolarizzazione gli Oneri Generali di sistema, quando presso la Tesoreria dello Stato esistono somme di denaro cosi ingenti già pagate dai consumatori?
Per quale motivo i consumatori avrebbero dovuto anche pagare gli interessi della cartolarizzazione?
Il governo, per ora, ha solo accantonato l’idea.
La valutazione si limita ai “numeri” dei soli soggetti “ gestiti dal governo” senza considerare le ex-municipalizzate che, vengono assimilate ai consumatori.
Escludendo dal conteggio il “tesoretto” della CSEA, nel corso del periodo analizzato, in forza dei costi elencati, le bollette sono aumentate del 40%, colpendo famiglie e imprese.
In assenza di controlli parlamentari, e di una attiva rappresentanza dei consumatori, specialmente in Arera dove dovrebbe far parte del collegio, i numeri valutati nel loro insieme conducono a una conclusione tanto semplice quanto scomoda: i condizionamenti e le marginalità economiche non si disperdono lungo la filiera, ma tendono a convergere verso un unico beneficiario finale, che non è il consumatore.
Un unico soggetto possiede, in sostanza, gli strumenti per rendere possibile tale convergenza.
Lo fa nelle molteplici vesti di proprietario, di azionista, di gestore delle tesorerie, di titolare dei poteri di nomina, di destinatario degli accresciuti flussi fiscali — a partire dall’IVA — e, soprattutto, di arbitro cui tutte le categorie del Paese sono chiamate a rivolgersi.
In questa lettura coordinata degli interessi, il Governo appare dunque, nei fatti, come il beneficiario finale dell’equilibrio che si è progressivamente costruito, sostenuto da soggetti che, in misura diversa, ne tutelano prioritariamente la stabilità.
Prima di installare nuova potenza rinnovabile e prima di parlare di nucleare, considerato che andremo a gas ancora per un paio di decenni, sarebbe opportuno valutare ed eventualmente modificare l’attuale metodo della formazione del prezzo dell’energia elettrica.
Se ne parla poco, nonostante le bollette stiano drammaticamente rincarando.
La data room di Milena Gabanelli sul Corriere di marzo 2025 analizzava correttamente i dati invitando ad installare più rinnovabile possibile, e in fretta.
Il messaggio al popolo dei è sempre lo stesso: “più si installa potenza rinnovabile e più la bolletta cala”.
Ma il risultato, dopo le centinaia di miliardi di euro pagati con le bollette degli ultimi vent’anni, è l’opposto.
Sì cercano le cause fuori dai confini del paese, che aggravano in effetti la situazione, ma i problemi sono essenzialmente nostri.
il banchetto con le bollette
Un precedente post spiega come funziona il “sistema a prezzo marginale” e riprendo Gabanelli scrive: “Questo accade perché il costo finale dell’elettricità dipende dal «prezzo marginale», ossia il «prezzo dell’ultima unità di energia necessaria per soddisfare la domanda in un dato momento» (vedi Regolamento Ue qui art. 6 e Testo integrato dispacciamento elettrico, Tide, Arera qui articolo 3-13.3.8 pag. 64). In altre parole, il prezzo è determinato dall’ultima goccia di energia che entra nel sistema. In Italia, questa goccia è principalmente il gas, il cui costo, al contrario delle fonti rinnovabili, è legato all’andamento della quotazione di borsa di Amsterdam, e alle speculazioni di mercato innescate dalle questioni geopolitiche”.
A difesa della sacralità del prezzo marginale, Gabanelli citava l’articolo 6 del Regolamento UE del 2019 che determina il costo dell’attività di bilanciamento, ovvero il costo dell’energia impiegata per mantenere il sistema elettrico in sicurezza,che così recita:
“la compensazione dell’energia di bilanciamento per prodotti standard di bilanciamento e prodotti specifici di bilanciamento si basa sul prezzo marginale, «pay-as-cleared», a meno che tutte le autorità di regolazione approvino un metodo alternativo di determinazione dei prezzi sulla base di una proposta congiunta di tutti i gestori dei sistemi di trasmissione, a seguito di un’analisi che dimostri la maggiore efficacia del metodo alternativo di determinazione dei prezzi.”
Quindi la nostra unica speranza di salvezza che il prezzo marginale non fosse più determinato dal gas, ma dalle che hanno prezzi più bassi del del gas.
Con gli “oneri generali di sistema” delle bollette i consumatori sostengono le rinnovabili e ne riducono il prezzo. Sostegno che permette ai produttori di vendere al GSE con un buon margine. Sempre lo stesso sostegno consente poi al GSE di rivendere l’energia rinnovabile acquistata in borsa al prezzo marginale del gas, producendo extra utili incamerati dal GSE.
Gli oneri generali di sistema assicurano i redditi dei produttori di rinnovabili e rimpinguano le tasche del GSE, società governativa che fa i soli interessi del governo.
Ma a parte un problema di giustizia fiscale e sociale che, con questo metodo, rende del tutto opinabile l’idea di incrementare le rinnovabili per ridurre la nostra bolletta, è evidente che le bollette sono care proprio per il “sistema a prezzo marginale” che ci è costato, negli ultimi vent’anni di borsa elettrica, almeno 200 miliardi di euro.
Prima di tutto l’energia di bilanciamento, che secondo la UE sarebbe sottoposta ad una valutazione con il prezzo marginale, non è tutta l’energia che arriva in borsa.
Secondo la UE il «bilanciamento» è l’insieme di azioni e processi, in tutti gli orizzonti temporali, grazie ai quali i gestori dei sistemi di trasmissione “provvedono in modo continuativo a mantenere la frequenza del sistema entro limiti predefiniti di stabilità e ad adeguare l’entità delle riserve necessarie ai requisiti di qualità”.
Ma vi sono due tipi di energia:
1) quella prodotta dalle rinnovabili, che sono aleatorie, dipendono da circostanze atmosferiche del tutto casuali e pongono esse stesse problemi di frequenza;
2) quella prodotta col nucleare, oggi d’importazione domani nazionale, che deve andare funzionare a regime costante e continuo senza flessibilità per controllare la frequenza.
Le due produzioni potrebbero essere escluse dal mercato a prezzo marginale e fatturate a pay as bid.
La Spagna, usando già la possibilità offerta dal Regolamento UE ha scorporato con successo le energie rinnovabili dal marginal price, facendo crollare il prezzo medio di borsa.
Se lo facessimo anche noi potremmo ridurre immediatamente il prezzo dell’energia del 20%, allineandoci agli altri paesi europei che hanno rispetto a noi una gestione del mercato elettrico molto più trasparente.
I consumatori non conoscono il criterio che determina il prezzo dell’energia elettrica che pagano.
Lo conoscono molto bene, invece, quelli che la producono e che, grazie al criterio di formazione del prezzo spiegato di seguito, guadagnano l’inverosimile e vogliono, ovviamente, continuare a farlo.
L’inchiesta di Milena Gabanelli è del 12 marzo 2025 sul Corriere della Sera e la sua “data room” si intitolava “Caro-bollette, quello che i governi non ci dicono”.
Il prezzo del PUN era 132 €/MWh e oggi è a 220. La conclusione,errata, era “installiamo più rinnovabili che il prezzo scenderà ”.
Siccome del gas avremo sempre bisogno negli anni a venire, e siccome il prezzo del gas è in continua ascesa – in questi ultimi mesi è raddoppiato – è evidente che, se non si modifica l’attuale metodo di formazione del prezzo, siamo destinati a soccombere.
Vediamo allora, ancora una volta, come funziona.
Il prezzo pubblicato sul sito ufficiale del GME – Gestore del Mercato Elettrico – è il PUN – Prezzo Unico Nazionale – che viene fissato entro le ore 12 del giorno che precede il giorno di consumo al MGP – Mercato del Giorno Prima, per frazioni temporali di 15 minuti.
Non scoraggiatevi perché il meccanismo, al di là delle sigle, è relativamente semplice: i produttori dichiarano quanta energia sono disposti a produrre, e a quale prezzo, e i compratori dichiarano di quanta energia hanno bisogno e a quale prezzo sono disposti a comprarla.
Ovviamente non è un mercato “gridato”, dal momento che avviene nel silenzio dei modelli informatici.
E non sono neppure note, se non agli operatori, le liste, dette anche “pile” di domanda e offerta che il GME incrocia.
Per definire il prezzo del mercato all’ingrosso, l’Italia ha adottato il modello denominato “Sistem Marginal Price”.
Come funziona in pratica?
Il GME raccoglie le offerte dei produttori e le ordina definendo, per ogni offerta, il volume messo a disposizione partendo dal prezzo più basso a salire fino a quello più alto.
Le prime offerte ad essere “impilate” – la base che sarà sicuramente venduta – sono quelle degli impianti che utilizzano le fonti più economiche: idroelettrico, geotermico, eolico e fotovoltaico.
A salire seguiranno le offerte più care, cioè quelle dei produttori che utilizzano carbone, gas e olii combustibili.
Nel frattempo il GME ha anche “impilato” le richieste di acquisto presentate dagli operatori e, quando fa il totale, va a vedere quale è l’ultima centrale di produzione necessaria per soddisfare tutta la domanda di ogni quarto d’ora.
Questa centrale diventa la centrale “marginale” in quell’ora e il prezzo dell’energia elettrica che verrà pagato a tutti i produttori in quell’ora è quello legato dell’offerta della centrale marginale.
A fissare il prezzo dell’ora, quindi, non è la centrale più economica, e neppure la media ponderale di tutte le centrali chiamate a produrre in quell’ora, ma la richiesta avanzata dalla centrale più cara.
E questo e’ il primo punto chiave da capire: se la centrale “marginale” e’ alimentata con gas naturale tutti i produttori vengono pagati come se producessero a gas naturale.
Supponiamo quindi che, a una certa ora di una certo giorno, il sistema elettrico abbia bisogno di 100 unità di energia e che sul mercato si presentino quattro centrali in grado di produrla:
1) produttore eolico offre 35 unità a 15 €/MWh
2) l’idroelettrico ne offre 35 a 20 €/MWh
3) il fotovoltaico ne offre 20 a 25 €/MWh
4) la centrale a gas 80 unità a 200 €/MWh.
Il gestore del mercato chiamerà a produrre l’eolico, poi l’idroelettrico poi il fotovoltaico e infine – per le 10 unità “marginali”, necessarie a soddisfare la domanda di 100 – chiamerà il produttore a gas ma tutti riceveranno dai compratori 200 euro per ogni unità di energia che hanno richiesto.
Il meccanismo trova giustificazione nel fatto che il gestore del mercato vuole essere sicuro che tutte le centrali chiamate a produrre producano e che in rete ci sia sempre energia sufficiente con una «scorta» a riserva per gli eventuali picchi.
Il messaggio, al quale ormai siamo abituati, è che il prezzo dell’energia elettrica dipende dal prezzo del gas ma quanti sanno che le centrali a gas concorrono a soddisfare la domanda media annuale per meno del 35%?
E quando, d’estate, splende il sole, o tira il vento e il gas magari copre solo il 5% della domanda, succede che paghiamo i miliardi, come negli ultimi quattro mesi.
Un effetto devastante per il consumatore che non percepisce come sia possibile pagare costantemente il prezzo determinato dalla tecnologia più costosa, mentre quelli che ci fanno i soldi, silenziosamente, continuano a farli e vogliono farne sempre di più con nuove installazioni.
E’ chiaro che, per chi guarda il mercato da fuori, la situazione appare paradossale, dal momento che sarebbe logico pensare che se una parte dell’energia consumata costa meno il prezzo al consumo dovrebbe essere più basso.
Questo comunque è il sistema e poco importa se qualche produttore da fonti rinnovabili incassa anche incentivi per effetto di vecchi dispositivi normativi – i conti energia – che non possono essere revocati, anche perché sono stati, nel frattempo,ceduti a istituti di credito o al sistema finanziario in genere.
Questa settimana il PUN è stabilmente superiore ai 200 €/MWh e il gas oltre i 70 con trend in salita. Andiamo a gas a tavoletta e il sole si dev’essere spento.
Senza un’azione correttiva siamo destinati a soccombere.
Continuano a sostituirci i contatori senza dare alcuna spiegazione.
Un problema datato 2017, non risolto e tenuto sotto traccia.
Rispondendo a un’interrogazione parlamentare il sottosegretario Gentile, riteneva che i dispositivi remoti di rilevazione dati, non avendo “funzioni di misura” non rientravano nell’ambito di applicazione della direttiva europea MID, recepita dall’Italia proprio per tutelare i consumatori.
Quindi, perché farci sostituire i contatori, buttando via soldi, se non servono a misurare?
Proseguiva Gentile: “nel recepire le norme europee il Mise ha tenuto conto della circostanza che l’ambito di applicazione delle norme per essa stabilite è riferito esclusivamente agli strumenti di misura e non si estende ad altri dispositivi eventualmente ad essi collegati, posto che questi ultimi non devono, in ogni caso, influenzare le caratteristiche metrologiche degli strumenti”.
“Posto che non devono in ogni caso influenzare” é la legge e il ministero lo deve garantire, senza darlo per scontato o ritenendo che sia compito di altri.
E invece cosa succede?
Se non pagate le bollette, vi riducono la potenza da remoto ma nessuno controlla che non lo facciano anche se le pagate; senza intervengono poi sulla variabile tempo, contemporaneamente su decine di milioni di contatori, per modificare le fasce tariffarie.
Quali sono le altre operazioni effettuabili da remoto senza che nessuno controlli e quindi senza tutela per il consumatore?
Irequisiti essenzialidella direttiva MID sono talmente chiari da non richiedere alcuna circolare di chiarimento, come il sottosegretario promette.
Occorre solamente definire e codificare la tele-metrica e la tele-gestione.
Dovrebbe essere ormai chiaro che la misurazione può essere fatta solamente in accordo alla direttiva MID, per essere addebitata al consumatore, se no non è una misurazione.
Con la scusa del nuovo contatore, assistiamo invece alla surrettizia imposizione di servizi indebiti e costosi che vanno ad aggiungersi alla bolletta più cara in Europa.
Il contatore diventa inoltre un “grande fratello” che ci entra in casa, raccoglie e trasmette dati sensibili al distributore che, essendo controllato dalla stessa società che vende l’energia, potrebbe essere indotto a passarglieli.
La sostituzione non é un obbligo e può essererifiutataperchéil decreto di recepimento della MID prevede che i contatori possono restare lì dove sono, evitando al consumatore un’ulteriore inutile spesa inutile.
La sera del 12 agosto 2026 alzeremo gli occhi al cielo per osservare una delle eclissi solari più importanti degli ultimi decenni.
In Italia sarà parziale, totale in Groenlandia, Islanda e parte della Spagna.
Al nord l’oscuramento sarà significativo: a Milano il fenomeno inizierà intorno alle 19:27 e raggiungerà il massimo alle 20:20, con lo 0,93 di oscuramento.
Per i sistemi elettrici europei sarà un fenomeno, peraltro largamente previsto, con complessità non di poco conto.
La ragione è semplice: negli ultimi anni l’Europa, e l’Italia in particolare, hanno installato milioni di impianti fotovoltaici così ,quando la luna comincerà a coprire il sole, la produzione fotovoltaica diminuirà molto più rapidamente di una normale tramonto estivo.
Quindi il sistema di produzione elettrica non rinnovabile dovrà sostituire molto più in fretta del solito tramonto, la potenza fotovoltaica che mancare.
La rete deve mantenere sempre in equilibrio produzione e domanda e quindi, se diminuisce rapidamente una fonte, altre devono sopperire immediatamente.
L’eclissi non è quindi, di per sé, un evento pericoloso. Anzi, presenta un grande vantaggio rispetto a una perturbazione meteorologica perché se ne conoscono con precisione data, ora e traiettoria.
I gestori europei hanno avuto mesi per prepararsi. ENTSO-E ha comunicato il 7 agosto che i Transmission System Operators europei si sono preparati specificamente all’eclissi per garantire la sicurezza del sistema.
Ciò che rende particolare il 12 agosto p.v. è però il contesto nel quale l’eclissi va a gravare su un sistema già sottoposto agli stress conseguenti alla puntate di calore che ben conosciamo e che sembra siano destinate a durare.
In questi giorni sono stati superati record di temperatura in diversi paesi dell’Europa centrale e orientale e i livelli dei grandi fiumi sono scesi a valori minimi.
Questo produce diversi effetti contemporaneamente sul sistema elettrico.
Il primo è l’aumento della domanda, soprattutto per il condizionamento. In Italia il 15 luglio il fabbisogno elettrico ha già sfiorato i 58 GW, mostrando quanto rapidamente il caldo possa spingere verso l’alto i consumi.
Il secondo riguarda l’idroelettrico. Minore disponibilità d’acqua significa minore produzione, ma soprattutto minore disponibilità della fonte più preziosa per il bilanciamento della rete: è l’idroelettrico che può infatti aumentare la propria produzione molto rapidamente, proprio quando serve compensare una variazione della produzione o del consumo.
Il terzo problema riguarda alcune centrali termoelettriche e nucleari europee.
In Francia il caldo e le temperature elevate dei corsi d’acqua hanno già costretto EDF a ridurre la produzione di alcuni reattori. Il fenomeno non significa che il nucleare francese sia complessivamente in crisi: storicamente le perdite di produzione dovute ai vincoli climatici sono rimaste almeno apparentemente limitate anche se, con una logica apparentemente contraddittorio, EDF ha appena annunciato un piano da 9 miliardi di euro per adattare nei prossimi quindici anni le proprie centrali alle conseguenze di temperature più elevate, siccità e minori portate fluviali.
Ancora più evidente è ciò che sta accadendo lungo il Danubio. I livelli eccezionalmente bassi del fiume hanno già provocato pesanti riduzioni della produzione nucleare in Ungheria, dimostrando concretamente quanto acqua ed energia elettrica siano strettamente collegate.
Ovviamente tutto questo impatta con effetti diretti anche sul nostro Paese.
Ogni giorno una parte significativa dell’energia elettrica viene scambiata attraverso le interconnessioni con Francia, Svizzera, Austria e Slovenia. In condizioni normali, specialmente le forniture dalla Francia significano per noi sicurezza, in pratica la Francia ci tiene acceso il nord. Ciò funziona fino a quando dispone di energia in eccesso e può aiutare quello vicino.
Ma l’ondata di caldo continentale, del tutto nuova e sino ad ora inattesa, avviene contemporaneamente in diversi paesi.
Così la Francia potrebbe avere meno margine nucleare da esportare, la Svizzera potrebbe preservare le proprie risorse idroelettriche mentre Italia, Austria e Germania potrebbero registrare contemporaneamente una forte domanda per stare al fresco.
L’interconnessione tra i paesi rimane preziosissima, ma non può creare l’energia che non esiste.
Esiste inoltre un’altra variabile spesso ignorata: le linee elettriche soffrono il caldo.
La capacità effettiva di trasporto non dipende soltanto dalla potenza nominale dell’infrastruttura, ma dalle condizioni operative, dalla temperatura dei conduttori, dal vento, dall’irraggiamento solare e dalla configurazione della rete. Per questo la capacità commerciale delle interconnessioni viene continuamente ricalcolata dai gestori.
Il paradosso è evidente: nelle giornate nelle quali l’Italia avrebbe maggiore bisogno di importare elettricità, le condizioni climatiche possono contemporaneamente rendere più preziosa e più complessa proprio quella importazione.
Alle 20:20, quando a Milano l’eclissi raggiungerà il suo massimo, il sistema starà già affrontando la normale “rampa serale”: il sole scende, la produzione fotovoltaica diminuisce, mentre famiglie, attività commerciali e climatizzazione continuano a richiedere energia.
L’eclissi accentuerà temporaneamente questa dinamica.
La rete dovrà quindi sostituire la produzione solare con una combinazione di termoelettrico, idroelettrico, accumuli e importazioni. Quando poi il fotovoltaico sarà praticamente scomparso con il tramonto, queste risorse dovranno continuare a sostenere il sistema.
ENTSO-E, anche recentemente, ha confermato di considerare complessivamente favorevole l’adeguatezza del sistema europeo per l’estate 2026 e per circa due ore potremo osservare un esperimento quasi perfetto sulla trasformazione in corso nel sistema energetico europeo.
Ma la vera lezione del 12 agosto non riguarda l’eclissi, riguarda ciò che accadrà quando essa sarà terminata e questa diventa una prova generale del futuro.
Se il sistema assorbirà senza difficoltà il rapido calo del fotovoltaico, vedremo concretamente il valore della flessibilità: centrali programmabili, batterie, pompaggio, idroelettrico, interconnessioni e gestione della domanda.
Se invece aumenteranno sensibilmente importazioni, produzione termoelettrica e prezzi nelle ore serali, avremo un segnale interessante su quanto siano diventati indispensabili tutti i megawattora necessari a coprire la domanda di consumo.
Il blackout non è lo scenario centrale e presentare l’eclissi come una minaccia alla rete sarebbe fuorviante ma sarebbe altrettanto sbagliato considerarla soltanto una curiosità astronomica.
D’altro canto aumentare la produzione di termica “preventivamente” per la ragioni sopraesposte non si può.
Il sistema elettrico europeo sta passando da un modello nel quale era la produzione a seguire la domanda, a uno molto più complesso, nel quale produzione rinnovabile, accumuli, reti e consumatori devono continuamente adattarsi gli uni agli altri e domani sera il cielo metterà alla prova questo cambiamento.
Perché l’energia elettrica e il gas sono così cari?
Ecco cosa ha combinato l’Europa in questi ultimi vent’anni.
Alle decisioni europee si sono poi aggiunte le prebende che i vari governi hanno garantito al “sistema” italiano dove operano sfacciatamente monopolisti quotati in borsa e concessionari a vita. Società con margini operativi paurosi, garantiti e nutriti dalle nostre bollette.
rendere costosissimo il gas naturale, tagliando le forniture russe;
rendere l’Europa dipendente dal gas naturale liquefatto, sostituendo le forniture via tubo con importazioni via mare, soggette alla volatilità del mercato;
promuovere i prezzi di borsa del gas, soggetti alla volatilità del mercato, invece dei contratti a lungo termine take or pay che andavano benissimo;
favorire la chiusura degli impianti nucleari tedeschi aumentando il ricorso al carbone e al gas;
incentivare il nucleare francese perché “carbon free”;
incentivare l’installazione di pannelli fotovoltaici e turbine eoliche, contribuendo unicamente allo sviluppo dell’industria manifatturiera cinese;
introdurre l’ETS sulle emissioni di CO2,che ha fatto chiudere o delocalizzare centinaia di aziende europee;
promuovere e incentivare la mobilità elettrica distruggendo l’industria europea dell’automobile a vantaggio dell’industria cinese;
aumentare la dipendenza europea dalla Cina per materie prime critiche, terre rare, batterie, magneti permanenti, pannelli, inverter e componentistica;
fissare obiettivi temporali per l’installazione di impianti eolici e fotovoltaici, rendendo critica la stabilità delle reti e facendone aumentare i costi di gestione;
trasferire quote crescenti dei costi energetici sulle reti elettriche attraverso investimenti sempre più elevati in trasmissione, distribuzione, servizi di bilanciamento a detrimento di bollette civili e industriali;
incentivare l’elettrificazione dei consumi domestici con pompe di calore anche in contesti climatici ed edilizi dove i benefici sono inesistenti;
imporre una direttiva sull’efficienza energetica degli edifici – case green – talmente cervellotica che nessuno Stato membro ha adottato;
creare una banca dell’idrogeno e incentivarne la produzione con le FER, sapendo che era un binario morto;
aumentare la complessità regolatoria del sistema energetico europeo con un numero spropositato di direttive, regolamenti, meccanismi di incentivazione e obblighi amministrativi, favorendo le delocalizzazioni ed esasperando i rapporti con i partner commerciali;
promuovere numerose strategie industriali sulle materie prime critiche senza ridurre in misura sostanziale la dipendenza europea dalle importazioni.
La situazione illegale degli autovelox è la stessa dei contatori di energia elettrica.
Non sono mai stati omologati e addebitano miliardi di euro da vent’anni.
Anche i contatori funzionano “per decreto”, un decreto del 2007 che recepiva una direttiva europea.
Un passo indietro: nel 2013 il Ministero competente – era ancora il MISE – viene interpellato alla Camera e non ammette che la Prefettura di Milano, su intervento dell’Ufficio Metrico, aveva confiscato 64 contatori 64, installati in un edificio del centro di proprietà del Comune.
Sanzioni amministrative per il distributore, cioèla società che li ha installati e li gestisce, e per il fornitore, che incassa il corrispettivo del consumo, che gli viene comunicato dal distributore.
Sono ancora milioni i contatori che operano nella stessa situazione e se tutti gli Uffici Metrici si comportassero come successo a Milano, 700 € di sanzione per ogni contatore farebbero una bella cifra.
La responsabilità principale resta del distributore, che ha installato strumenti illegali,e il fornitore dovrà rivalersi su si esso.
In una puntata di Rai Report del 2005, alla domanda della giornalista:
“Posso chiedere al MAP se un contatore della luce, voi che siete il Ministero delle attività produttive e vi occupate di metrologia legale, se pensate che sia uno strumento metrico o no e mi potete rispondere no o mi potete rispondere si”
venne risposto:
“No! No perché capisco come è capziosa questa domanda è questo il mio problema. Nel senso che questo significa che a un certo punto poi la conclusione è allora i contatori non sono controllati da nessuno e c’è un mercato che non è controllato e il consumatore non è cautelato. Io questo non riesco a capire e quindi a questa domanda non rispondo. Domande capziose che possono essere capovolte anziché nel ben fare nel cattivo fare”
Gli ispettori dell’Ufficio Metrico di Milano non sono mai stati smentiti, salvo alla Camera dove è stato dichiarato il falso.
Notizia esplosiva: d’estate farà caldo! Come hanno raccontato il cambiamento climatico per fare affari.
Primo giugno, primo titolo: “Sarà l’estate più calda della storia”. Invece è come l’anno scorso, e come due anni fa.
Come ogni anno,in verità, da quando qualcuno ha scoperto che la paura del caldo vende più del caldo stesso.
Pagina tre: temperature infernali. Pagina cinque: pubblicità di auto elettriche con batterie cinesi.
Chi scrive il titolo e chi compra lo spazio pubblicitario lavora per lo stesso committente, ma il lettore non lo sa.
Fino agli anni settanta, prima che arrivasse l’aria condizionata, d’estate era normale la canottiera, i pantaloncini corti e un fazzoletto bianco con i quattro nodi in testa per il sudore.
La chiamavano canicola, ci avvisava Bernacca e nessuno convocava vertici di emergenza. Nessuno aveva bisogno dello psicologo. D’estate faceva caldo: era il sole, non una catastrofe. Poi qualcuno ha trasformato il sole in un affare.
La sinistra europea accende il fuoco: “Abbiamo ricevuto il mondo in prestito dai nostri figli”.“Non esiste un pianeta B.” “Siamo l’ultima generazione.”
Un repertorio di frasi da cioccolatino che farebbe arrossire un parroco di campagna, ripetute con gli occhi lucidi e il dito puntato verso chiunque osi dubitare.
Dubitare è vietato. Chi dubita è negazionista, anche se ha un Nobel in tasca.
Già, perché John Clauser, Nobel per la Fisica nel 2022, ha firmato una dichiarazione netta: non esiste alcuna emergenza climatica.
Prima di lui Ivar Giaever, Nobel 1973.
Oltre milleseicento scienziati. Carlo Rubbia, al Senato italiano. Rita Levi Montalcini, in un appello del 1992 con altri sessantuno Premi Nobel contro l’” ecologismo irrazionale”.
Nessuno di loro ha mai negato che il clima cambi.
Hanno detto che cambia da sempre. Che la Groenlandia si chiama così perché mille anni fa era verde, senza una sola automobile. Che le glaciazioni non le ha provocate la Fiat.
Ma chi dice che la catastrofe non è imminente non ottiene fondi.
Chi dice che lo è, li ottiene a pioggia.
E qui si arriva al punto: il catastrofismo climatico è il motore di un’industria da migliaia di miliardi.
Certificati verdi che valgono meno dei soldi del Monopoli: un’organizzazione internazionale ha verificato che solo un credito di carbonio su ventisei è reale, gli altri venticinque sono aria fritta impacchettata.
Sono i derivati dell’ambiente, la stessa truffa del crollo del 2008 in salsa verde: carta che garantisce carta che garantisce il nulla.
Attorno a questa finzione, un esercito di consulenti fattura miliardi per certificare aziende come “sostenibili”.
Chi certifica i certificatori? Altri consulenti. Il gatto si morde la coda e il conto arriva al cittadino.
Due i capolavori: l’auto elettrica e l’energia rinnovabile.
L’Europa doveva ridurre le emissioni. Poteva lasciare libera la tecnologia. I carburanti sintetici abbattono le emissioni del novantanove per cento. L’idrogeno funziona. I biocarburanti pure.
Invece Bruxelles ha scelto l’unica tecnologia dove l’Europa perde e Pechino vince: la batteria.
Ha vietato tutto il resto. Nel 2035 addio ai motori termici.
La Cina nel frattempo investiva duecentotrenta miliardi per controllare la filiera e oggi domina il novantasette per cento della grafite e il settanta per cento della raffinazione del litio.
Litio che serve le betterie per stoccare l’energia rinnovabile in eccesso se no scassa la rete come successo in Spagna. Una rete vecchia, stressata e non adatta a due milioni di produttori.
Molti sono stranieri perché pagando la politica e le lobby locali ci si fa una barca di soldi grazie anche ad una regolazione compiacente nutrita dalle bollette.
Se Pechino chiude il rubinetto per un mese, l’industria europea si ferma.
In nome del clima, si è sostituita la dipendenza dal petrolio con la dipendenza dalla Cina: non una liberazione: un cambio di padrone.
Chi ha orchestrato il trasferimento?
Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione e paladino del Green Deal. Il quotidiano olandese De Telegraaf ha documentato che la Commissione finanziava segretamente le associazioni ambientaliste per fare pressioni a favore delle sue leggi.
Settecentomila euro per “orientare il dibattito”.
Elenchi di parlamentari da contattare. Obiettivi di lobbismo da rendicontare. Il legislatore che paga i promotori della propria legge.
Poi Timmermans si è candidato premier in Olanda con i Verdi. Un fiasco: lo ha votato e “comprato” solo chi non lo conosceva.
Il cerchio si chiude, il conflitto di interessi neppure si nasconde.
A dicembre 2025, sotto la pressione di Meloni, Merz e Tusk, Bruxelles ha fatto marcia indietro sullo stop ai motori termici.
Ammissione silenziosa di un disastro: tre milioni di auto vendute in meno, decine di migliaia di posti di lavoro bruciati, una dipendenza strategica che prima non esisteva.
Persino Larry Fink, il capo di BlackRock – il più grande gestore di patrimoni del mondo – che per cinque anni aveva predicato il verbo verde, nel 2025 ha smesso di pronunciare la parola “sostenibilità”.
Zero volte nella sua lettera annuale, contro le trentasei del 2020. Il sacerdote che chiude la chiesa quando i fedeli smettono di pagare.
Intanto ai ragazzi hanno insegnato l’eco-ansia: prima inventi la paura, poi la certifichi come malattia, poi vendi lo psicologo per curarla.
Ai Gretini incollati all’asfalto nessuno ha spiegato che bloccavano le ambulanze in nome di un pianeta che cambia temperatura da quattro miliardi di anni.
D’estate farà caldo. Come faceva caldo quando i Vichinghi coltivavano l’orzo in Groenlandia e come faceva freddo durante le glaciazioni, senza una sola ciminiera a spostare il termometro.
Oggi ci raccontano che se fa freddo è colpa del cambiamento climatico e se fa caldo è colpa del cambiamento climatico.
L’unica costante è il conto: lo paga sempre il cittadino.
Con l’auto nuova, la caldaia nuova, la bolletta nuova e lo psicologo per l’ansia che gli hanno insegnato a provare.
L’estate più calda della storia? Forse. Ma il conto più salato della storia è già arrivato. E non l’ha portato il sole.
I blackout locali, ma sono ormai distacchi preventivi perché i distributori non sanno più che pesci prendere, sono sempre più frequenti ma nessuno ne parla.
L’inverno sarà freddo, come tutti gli inverni, forse mancherà il gas ma ci scalderemo con i maglioni,tanto le pompe di calore, se fa molto freddo,non scaldano.
Le bollette che fatturano consumi pari a zero non sono regolari.
Non dovrebbero essere neppure emesse e,invece, succede spesso.
Caso tipico di una seconda casa,tutto spento ma viene addebitato qualche kWh, poca roba, ma strumentale al resto.
Se chiedete al fornitore una spiegazione la risposta è: “le addebito qualche kWh, anche se non dovrei, solo perché in questo modo riesco ad addebitarle tutto il resto. La prossima volta glieli accredito”.
E cos’è tutto il resto?
Il trasporto del nulla: non ti arriva nulla ma paghi il trasporto.
Sulla bolletta scrivono: materia prima fornita zero, il contatore non si è mosso, ma devo pagare il trasporto, gli oneri di sistema, le tasse, le accise, IVA anche se non ho acceso una sola lampadina.
Non va meglio per il gas, dove il consumo rilevato sul contatore viene moltiplicato per un coefficiente e la bolletta addebita standard metri cubi, con sei cifre dopo la virgola.
Arera dice “unità di fatturazione” che dovrebbe essere l’euro.
La legge è chiara: nei contratti di somministrazione di gas la quantità scambiata contro il prezzo deve essere espressa in unità di misura legali – e gli standard metri non lo sono mai stati – come legali devono essere gli strumenti che la rilevano.
Fondamentale segnalazione di AEEG – poi Arera – a governo e parlamento nel 2008 a seguito dell’inchiesta della Procura di Milano sulla misurazione del gas.
Se non ha ricevuto risposte in 17 anni significa che a chi incassa va bene così!
E non sono neppure legali i contatori che stanno sostituendo perché potranno essere gestiti da remoto con protocolli noti solo ai proprietari degli strumenti, cioè i distributori.
Difficile che il ministero voglia e possa riprendere il controllo della metrologia legale, dopo averla lasciata per decenni alla mercé delle lobbies, conferendo ad Arera ruoli che non le competono.
Il recente caso degli Autovelox evidenzia il vuoto normativo.
Proposta: pagare un canone per avere la luce sempre a disposizione invece di sotterfugi contabili.
Ogni anno in Italia si registrano circa una trentina di decessi causati dal gas, una quota che gli esperti considerano tristemente “fisiologica”.
Negli ultimi cinque anni si sono contati 182 morti e 1.800 feriti, con una media di 230-240 incidenti all’anno tra esplosioni e crolli.
Cifre che dimostrano come il potenziale pericolo sia ampiamente sottovalutato e la prevenzione ancora scadente.
Le bollette del gas allegano regolarmente un vademecum sulla sicurezza, che nessuno legge.
Con il contatore letto da remoto è venuto meno il servizio “post-contatore” gratuitamente offerto dal letturista: l’addetto del distributore che, nel rilevare i consumi, istruiva l’utente.
Oggi, ogni anomalia a valle del contatore è di responsabilità del consumatore. Il tubo flessibile dei fuochi della cucina va sostituito.
Ad esempio, nei complessi condominiali con i contatori installati in batteria, l’utente risponde penalmente di tutta la tubazione a valle del proprio misuratore.
Di norma, i controlli stringenti sull’impianto privato avvengono solo in fase di prima attivazione o riattivazione della fornitura.
Solo in queste occasioni, il distributore esegue la prova di pressione della tubazione a valle del contatore prima di ridare gas: se l’impianto perde pressione oltre le tolleranze consentite, il contatore resta chiuso.
Con l’avvento dei nuovi contatori elettronici (smart meter), la situazione si complica.
Il distributore, senza dover operare sul posto, chiude una valvola posta all’interno del contatore, interrompendo l’erogazione del gas.
Ciò succede, per esempio nei casi di morosità.
Quando il cliente regolarizza i pagamenti, la fornitura viene riattivata, ma emergono seri interrogativi sulla sicurezza qualora l’impianto a valle presenti delle criticità.
Se in passato il contatore del cliente moroso veniva sigillato fisicamente — una procedura costosa ma sicura — oggi basta un impulso digitale per chiudere la valvola, lasciando attivo sul campo uno strumento potenzialmente vulnerabile, o soggetto a manomissioni.
La ripartizione dei ruoli è diventata netta: il fornitore vende il gas, il distributore lo trasporta e lo misura, ma dal contatore in poi ogni onere spetta all’utente finale.
Eppure, a meno di emergenze o fughe di gas, gli utenti non hanno rapporti diretti con il distributore; la maggior parte di loro non sa neppure chi sia, anche se è evidenziato sulla bolletta.
Sono proprio i distributori, non si sa a quale titolo, a gestire la sostituzione massiva dei vecchi contatori, interfacciandosi direttamente con l’utente senza che il fornitore, quello che fa le bollette,ne sia informato.
Con la liberalizzazione del mercato, e la separazione societaria tra vendita e distribuzione, è venuto meno l’interesse “centralizzato” a garantire la sicurezza del sistema, lasciando il “post-contatore” totalmente a carico dell’utente.
In questo contesto, gli amministratori di condominio dovrebbero svolgere un ruolo attivo nell’informare e sensibilizzare i condòmini.
Infine, va ricordato che l’autorità di regolazione – ARERA – ha approvato la valvola interna ai nuovi contatori elettronici “ai soli fini gestionali” di dubbia interpretazione.
La valvola non è normata come presidio di sicurezza e il perché resta un mistero.
Per questo motivo, laddove il contatore sia installato all’interno delle mura domestiche, l’opportunità e le modalità della sua sostituzione andrebbero valutate con attenzione.
Premesso che il gas è, e sarà essenziale per non restare al buio, al freddo o al caldo, vediamo come siamo messi.
Un passo indietro: l’amministrazione Obama – con Biden vice – ha sempre osteggiato NS2, il secondo tubo del gasdotto russo-tedesco nel Baltico, voluto da Merkel, per sostenere l’industria tedesca, e dai russi che avrebbero investito nel settore gas in Germania.
Osteggiato da sempre anche da Bruxelles, il gasdotto non riceve il permesso di operare e salta definitivamente per aria dopo l’invasione dell’Ucraina, come promesso da Biden nella famosa conferenza.
Saltano i due tubi capaci trasportare in Germania 110 miliardi di metri cubi di gas all’anno; noi ne consumiamo 70.
Nel 2015, un terzo del consumo europeo arrivava dalla Russia attraverso l’Ucraina, che ne “tratteneva” una parte per scaldarsi.
La bolletta ucraina, e le garanzie ucraine ai russi, venivano regolarmente pagate dalla UE purché il gas transitasse regolarmente.
Un ricatto che è durato durante la guerra.
Adesso non arriva più ma il gasdotto non è stato danneggiato, come peraltro sono riparabili i due nord stream.
La prima amministrazione Trump, i suoi rapporti con Putin, e la manutenzione delle centrali nucleari francesi aveva fatto intravedere il ritorno al gas russo, poi tramontato definitivamente con Biden.
Con il risultato che il prezzo del gas é cinque volte quello del 2020.
Adesso arriva liquefatto via mare, buona parte è ancora russo e il resto è americano.
Gli europei hanno dovuto anche attrezzarsi in fretta con le infrastrutture di rigassificazione e ora devono ricostituire le scorte per il prossimo inverno.
Gli stoccaggi servono essenzialmente per tenere in pressione i gasdotti e per far funzionare le turbine.
In pratica per non restare al buio. Non servono per combattere il freddo!
Quando il ministro dice di aver contrattualizzato gli stoccaggi intende i serbatoi e non il gas da metterci dentro.
La riapertura di NS, anche se arrivasse la pace, non sembra comunque politicamente accettabile a Bruxelles.
E poi non conviene né ai russi né agli americani.
Converrebbe ai tedeschi che nel frattempo utilizzano “a manetta” il loro carbone.
Venendo all’Italia, la chiusura di Hormuz e la distruzione dei treni di liquefazione dell’impianto di Ras Laffan in Qatar, che ci garantivano 8 miliardi di metri cubi all’anno, sui 70 consumati, peggiorano la situazione.
Bernabé e De Scalzi, uno ex e l’altro attuale AD di Eni, sono stati molto chiari sulla gravità della situazione e tra cinque mesi dovremo rinunciare completamente al gas russo “se non verrà riportata la pace in Ucraina”,come afferma Meloni.
È molto probabile che, speriamo,la guerra finisca proprio per evitare il blocco totale.
Nel frattempo però non viene presa alcuna precauzione, come per esempio quella di sensibilizzare la popolazione a usare meno gas: un minimo razionamento potrebbe incrementare gli stoccaggi e un migliore utilizzo dei condizionatori potrebbe evitare i numerosi blackout da terzo mondo.
Solo chi, come me, ha vissuto l’austerity degli anni ’70 sa cosa significa restare senza benzina o andare a letto alle 22.30.
Per capirne di più potrebbe essere utile rileggere un rapporto dell’OIES del 2014 che analizzava le alternative europee di approvvigionamento e criticava il fatto che si valutano sempre leopzioni europee e non quelle dei russi che, essendo i padroni del gas, sono molto più “elastiche“.
Il rapporto concludeva che la reciproca dipendenza, tra Russia e Europa, presentava più vantaggi che svantaggi, anche perché l’Europa non sarebbe mai stata in grado di diversificare le fonti energetiche, se non a carissimo prezzo.
Dopo il “green deal” consumiamo sì meno gas ma ne siamo molto più dipendenti, e inoltre bruciamo carbone.
Il rapporto indicava,al 2030, un fabbisogno aggiuntivo di 200 miliardi di m3/anno e un prezzo – 20 €/MWh – che i russi, affermava il rapporto, sarebbero stati sempre in grado di garantire.
Oggi costa più del doppio, e se arrivasse di nuovo via tubo?
Il commercio globale annuo di GNL al 2030 era previsto in 700 miliardi di m3.
Oggi siamo già a 800!
Noi riceviamo sempre meno gas dall’Africa e quello che arriva dall’Algeria è in parte russo.
La bolletta indica la lettura del contatore – 415 m3 – ma addebita 416,030175 Smc
Sei cifre dopo la virgola e l’utilizzo di un’unità di misura non legale, un’inedita unità di fatturazione!
Oggettivamente difficile misurare un milionesimo di metro cubo, anche in un laboratorio.
Nessuno ci fa caso, ma i sei decimali derivano da un’operazione aritmetica.
L’Autorità dell’energia spiegava – prima che la pagina sul sito istituzionale sparisse – che i sei decimali derivavano proprio dalla moltiplicazione del numero del contatore, per un coefficiente così “tutti i consumatori pagano uguale”.
Ma perché l’unico dato legale della transazione, cioè quello indicato dal contatore, viene moltiplicato per un coefficiente?
Perché un’altra legge, quella sulle accise, stabilisce che le stesse vengano calcolate e pagate sul prodotto di quella moltiplicazione.
La metrologia legale afferma però che “solo strumenti legali possono essere impiegati nei rapporti tra terzi, come legali devono essere le unità di misura”.
L’Italia ha recepito la Direttiva Europea che stabilisce che “il volume del gas si misura in metri cubi”. In tutta Europa, il gas viene misurato legalmente in metri cubi e addebitato legalmente in kWh, unità di misura legale dell’energia.
In Italia, l’unità di misura utilizzata non é legale, con tutto quanto consegue.
Un’unità di misura resta, per sua definizione, unica mentre per misurare il gas italianone vengono usate due.
Due pesi e due misure? Chi ci perde e chi ci guadagna?
Intelligenti per chi misura o per chi non deve leggerli?
I primi misuratori elettronici di energia elettrica vennero imposti da Enel a inizio millennio.
In quegli anni Enel era la “luce nazionale” e poteva fare quello che voleva. Non è che in vent’anni sia cambiato molto, ma chiedete a Bersani, sì quello che smacchia i giaguari, è tutto merito suo.
In cinque anni sostituirono trenta milioni di contatori!
Sostituire i contatori deve rendere se, dopo vent’anni, continuano a sostituirli.
La sostituzione è garantita dalle bollette, finanziata dall’Europa e tenuta sotto traccia dai media.
Quante volte li avrà pagati il consumatore nel corso degli anni?
I contatori era chiamati “intelligenti” solo perché avrebbero dovuto registrare il consumo e trasmetterne il dato da qualche parte.
Decimato un esercito di letturisti e, con i letturisti, anche la legalità perché il dato di consumo valido per legge è quello che leggi sul contatore.
Ma tutto questo al consumatore interessa poco perché, nella maggior parte dei casi, non sa neppure dove si trovi, il contatore.
Alla presenza del letturista il consumatore aveva una minima percezione del consumo, c’erano dei numeri che venivano registrati e sarebbero stati riportati sulla bolletta successiva.
L’installazione dei nuovi contatori – che venivano pubblicizzati come un esperimento unico al mondo, ma nel depliant di Enel erano solo “elettrodomestici” – avrebbero sostituito i contatori “con la rotella” che girava, le tamburelle ed un numero,molto chiaro.
Rotella che, dopo 70 anni continua a girare non solo in Italia – ancora in milioni (?) di contatori – ma in tutto il mondo come per es. in USA o in Germania, dove li fabbrica Siemens.
Va ricordato che Siemens non ha centrali, non ha reti elettriche e non vende energia, la misura è basta.
In Italia Enel fa tutto e, in più, ce la misura! Ritelefonate a Bersani.
I primi contatori elettronici erano quindi progettati e fabbricati da Enel, e solo Enel sapeva cosa sarebbero stati in grado di fare in futuro.
Un bel vantaggio per i distributori di energia elettrica che ci piazzavano in casa uno strumento capace di raccogliere informazioni sensibili, mentre per i consumatori, che lo avrebbero pagato,non cambiava nulla.
I primi trenta milioni non furono neppure omologati, perché Enel era Enel, con il risultato che oggi ancora milioni di contatori, quelli con il marchio CE farlocco, si trovano nella stessa situazione degli autovelox, i bancomat dei comuni italiani che non possono essere più utilizzati per scremare gli automobilisti, proprio perché non sono omologati.
Inoltre i contatori sono difficili da consultare,agendo sul tasto del contatore compaiono una serie di dati, perlopiù incomprensibili
Forse era proprio quello lo scopo: non fare leggere i contatori!
Impossibile poi la verifica legale in contraddittorio: nella cessione di beni venduti a “quantità” questa deve poter essere apprezzata, contestualmente, da venditore e compratore.
Questa la legge:
“A prescindere dal fatto che sia possibile o meno leggere a distanza uno strumento di misura destinato alla misurazione di servizi forniti da imprese di pubblica utilità, esso deve comunque essere dotato di un visualizzatore metrologicamente controllato, facilmente accessibile al consumatore senza alcun ausilio. La lettura di tale visualizzatore è il risultato della misurazione che costituisce la base su cui è calcolato il prezzo da corrispondere.”