L’anomalia italiana

Perché l’energia elettrica è così cara?

L’attuale sistema elettrico italiano non è un libero mercato, ma un monopolio di Stato a forma societaria: il Governo controlla tutto, mantenendo i benefici e scaricando tutti i rischi sulle bollette dei consumatori.

La falsa liberalizzazione, avviata con il Decreto Bersani nel 1999, ha trasformato la voce “trasporto”  della vecchia bolletta dell’Enel, in un mezzo per incassare somme di denaro del tutto estranee al servizio.

Invece dei proclami, che giungono scomposti da tutte le parti politiche, che invece hanno l’interesse a mantenere lo status quo, sarebbe necessaria un’operazione di pulizia strutturale: scorporare la “tassazione” impropria dalle bollette, separare nettamente le filiere pubbliche, come peraltro le direttive UE impongono, affrontare il problema delle concessioni monopolistiche, restituendo competitività al tessuto produttivo nazionale e dignità alle famiglie.

 La struttura del sistema elettrico italiano soffre di un’inefficienza sistemica a danno dei consumatori e a difesa della “cassa pubblica”:

●  con l’imposizione degli Oneri di Sistema, il Decreto Legislativo 79/1999 (Decreto Bersani) ha creato contributi parafiscali, e i costi derivanti dalle scelte di politica energetica e ambientale sono stati scaricati in bolletta.

Una scelta che trasforma partite economiche, estranee ai consumi, in costi d’accesso alla rete elettrica.

●  Coercizione Economica: collegare gli oneri di sistema al servizio di trasporto dell’energia elettrica crea un “ricatto operativo”: chi non paga resta fuori al buio;

●  Conflitto di interessi: attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il governo  avoca a sé ruoli incompatibili con un libero mercato dell’energia elettrica: controlla la produzione (Enel), la trasmissione (Terna) la distribuzione (Enel), la formazione del prezzo (GME), l’erogazione degli incentivi (GSE), la liquidità (CSEA) e la regolazione (ARERA).

Il governo è, al tempo stesso, legislatore, arbitro, azionista delle imprese ( quotate in borsa) e beneficiario finanziario.

●  Trasferimento integrale del rischio: l’incertezza e il rischio economico degli investimenti, inesistenti per le partecipate governative (quotate in borsa) vengono trasferiti integralmente nei bilanci delle aziende private e nelle bollette delle famiglie, trasformandole in una “tassa di sovranità” incontrollabile.

●  infrazione delle Direttive UE: nonostante la Direttiva UE 2019/944 (art. 43, comma 5) imponga la netta separazione tra chi gestisce la trasmissione e chi produce o vende energia elettrica, il sistema italiano mantiene una convergenza sostanziale sotto il controllo del governo.

Con queste premesse, si cercato di valutare il peso economico di questa endemica stortura, che dura da un quarto di secolo, partendo dai dati di bilancio dei  “governativi” nel periodo 2013/2024.

Il desco

Qualche considerazione su CSEA – Cassa per i Servizi Energetici e Ambientali – che raccoglie e distribuisce i proventi degli oneri generali di sistema, decisi da Arera/GSE e incassati con le bollette,  e li versa ai soggetti che ne hanno diritto, prevalentemente ai produttori di energia rinnovabile.

    CSEA non produce energia, non la vende ma ha un ruolo contabile e di compensazione, nella sostanza una banca.

    Sconosciuta  ai consumatori, CSEA è cruciale per capire come il costo dell’energia elettrica in Italia non dipenda soltanto dal mercato, ma anche dalle scelte governative per es. su chi sostenere, su come e quanto farlo.

    Il dato interessante è l’ammontare delle sue giacenze, depositate in contabilità separata presso la Tesoreria dello Stato, che si attestano  costantemente  sui 5 miliardi di euro.

    Un “tesoretto” di risorse già riscosse e in attesa di essere redistribuite. Le giacenze non sono episodiche, o di emergenza, ma strutturali, a conferma che il meccanismo di raccolta e allocazione genera anticipazioni finanziarie stabili e cospicue.

    La raccolta è soggetta a delibere di Arera non sempre trasparenti. Così , in presenza di un prelievo annuo rilevante, e a una filiera che produce utili consistenti, emerge un incredibile e ingiustificata riserva di liquidità. Confermando che il sistema non opera mai con scarsità di cassa, ma mantiene un margine finanziario significativo, nonostante la frequente narrativa mediatica di urgenza e necessità e di continui interventi correttivi.

     Quindi che senso aveva la proposta del governo, poi accantonata, di cartolarizzazione gli Oneri Generali di sistema, quando presso la Tesoreria dello Stato esistono  somme di denaro cosi ingenti già pagate dai consumatori?

    Per quale motivo i consumatori avrebbero dovuto anche pagare gli interessi della cartolarizzazione?

    Il governo, per ora, ha solo accantonato l’idea.

    La valutazione si limita ai “numeri” dei soli soggetti “ gestiti dal governo” senza considerare le ex-municipalizzate che, vengono assimilate ai consumatori.

    Escludendo dal conteggio il “tesoretto” della CSEA, nel corso del periodo analizzato, in forza dei costi elencati, le bollette sono aumentate del 40%, colpendo famiglie e imprese.

    In assenza di controlli parlamentari, e di una attiva rappresentanza dei consumatori, specialmente in Arera dove dovrebbe far parte del collegio, i numeri valutati nel loro insieme conducono a una conclusione tanto semplice quanto scomoda: i condizionamenti e le marginalità economiche non si disperdono lungo la filiera, ma tendono a convergere verso un unico beneficiario finale, che non è il consumatore.

    Un unico soggetto possiede, in sostanza, gli strumenti per rendere possibile tale convergenza.

    Lo fa nelle molteplici vesti di proprietario, di azionista, di gestore delle tesorerie, di titolare dei poteri di nomina, di destinatario degli accresciuti flussi fiscali — a partire dall’IVA — e, soprattutto, di arbitro cui tutte le categorie del Paese sono chiamate a rivolgersi.

    In questa lettura coordinata degli interessi, il Governo appare dunque, nei fatti, come il beneficiario finale dell’equilibrio che si è progressivamente costruito, sostenuto da soggetti che, in misura diversa, ne tutelano prioritariamente la stabilità.

     

     

     

     

    Marginale o payasbid

    Prima di installare nuova potenza rinnovabile e prima di parlare di nucleare, considerato che andremo a gas ancora per un paio di decenni, sarebbe opportuno valutare ed eventualmente modificare l’attuale metodo della formazione del prezzo dell’energia elettrica.

    Se ne parla poco, nonostante le bollette stiano drammaticamente rincarando.

    La data room di Milena Gabanelli sul Corriere di marzo 2025 analizzava correttamente i dati invitando ad installare più rinnovabile possibile, e in fretta.

    Il messaggio al popolo dei è sempre lo stesso: “più si installa potenza rinnovabile e più la bolletta cala”.

    Ma il risultato, dopo le centinaia di miliardi di euro pagati con le bollette degli ultimi vent’anni, è l’opposto.

    Sì cercano le cause fuori dai confini del paese, che aggravano in effetti la situazione, ma i problemi sono essenzialmente nostri.

    il banchetto con le bollette

    Un precedente post spiega come funziona il “sistema a prezzo marginale” e riprendo Gabanelli scrive: “Questo accade perché il costo finale dell’elettricità dipende dal «prezzo marginale», ossia il «prezzo dell’ultima unità di energia necessaria per soddisfare la domanda in un dato momento» (vedi Regolamento Ue qui art. 6 e Testo integrato dispacciamento elettrico, Tide, Arera qui articolo 3-13.3.8 pag. 64). In altre parole, il prezzo è determinato dall’ultima goccia di energia che entra nel sistema. In Italia, questa goccia è principalmente il gas, il cui costo, al contrario delle fonti rinnovabili, è legato all’andamento della quotazione di borsa di Amsterdam, e alle speculazioni di mercato innescate dalle questioni geopolitiche”.

    A difesa della sacralità del prezzo marginale, Gabanelli citava l’articolo 6 del Regolamento UE del 2019 che determina il costo dell’attività di bilanciamento, ovvero il costo dell’energia impiegata per mantenere il sistema elettrico in sicurezza,che così recita:

    la compensazione dell’energia di bilanciamento per prodotti standard di bilanciamento e prodotti specifici di bilanciamento si basa sul prezzo marginale, «pay-as-cleared», a meno che tutte le autorità di regolazione approvino un metodo alternativo di determinazione dei prezzi sulla base di una proposta congiunta di tutti i gestori dei sistemi di trasmissione, a seguito di un’analisi che dimostri la maggiore efficacia del metodo alternativo di determinazione dei prezzi.

    Quindi la nostra unica speranza di salvezza che il prezzo marginale non fosse più determinato dal gas, ma dalle che hanno prezzi più bassi del del gas.

    Con gli “oneri generali di sistema” delle bollette i consumatori sostengono le rinnovabili e ne riducono il prezzo. Sostegno che permette ai produttori di vendere al GSE con un buon margine. Sempre lo stesso sostegno consente poi al GSE di rivendere l’energia rinnovabile acquistata in borsa al prezzo marginale del gas, producendo extra utili incamerati dal GSE.

    Gli oneri generali di sistema assicurano i redditi dei produttori di rinnovabili e rimpinguano le tasche del GSE, società governativa che fa i soli interessi del governo.

    Ma a parte un problema di giustizia fiscale e sociale che, con questo metodo, rende del tutto opinabile l’idea di incrementare le rinnovabili per ridurre la nostra bolletta, è evidente che le bollette sono care proprio per il “sistema a prezzo marginale” che ci è costato, negli ultimi vent’anni di borsa elettrica, almeno 200 miliardi di euro.

    Prima di tutto l’energia di bilanciamento, che secondo la UE sarebbe sottoposta ad una valutazione con il prezzo marginale, non è tutta l’energia che arriva  in borsa.

    Secondo la UE il «bilanciamento» è l’insieme di azioni e processi, in tutti gli orizzonti temporali, grazie ai quali i gestori dei sistemi di trasmissione “provvedono in modo continuativo a mantenere la frequenza del sistema entro limiti predefiniti di stabilità e ad adeguare l’entità delle riserve necessarie ai requisiti di qualità”.

    Ma vi sono due tipi di energia:

    1) quella prodotta dalle rinnovabili, che sono aleatorie, dipendono da circostanze atmosferiche del tutto casuali e pongono esse stesse problemi di frequenza;

    2) quella prodotta col nucleare, oggi d’importazione domani nazionale, che deve andare funzionare a regime costante e continuo senza flessibilità per controllare la frequenza.

    Le due produzioni potrebbero essere escluse dal mercato a prezzo marginale e fatturate a pay as bid.

    La Spagna, usando già la possibilità offerta dal Regolamento UE ha scorporato con successo le energie rinnovabili dal marginal price, facendo crollare il prezzo medio di borsa.

    Se lo facessimo anche noi potremmo ridurre immediatamente il prezzo dell’energia del 20%, allineandoci agli altri paesi europei che hanno rispetto a noi una gestione del mercato elettrico molto più trasparente.

      

          

    Il prezzo marginale dell’energia elettrica

    I consumatori non conoscono il criterio che determina il prezzo dell’energia elettrica che pagano.

    Lo conoscono molto bene, invece, quelli che la producono e che, grazie al criterio di formazione del prezzo spiegato di seguito, guadagnano l’inverosimile e vogliono, ovviamente, continuare a farlo.

    L’inchiesta di Milena Gabanelli è del 12 marzo 2025 sul Corriere della Sera e la sua “data room” si intitolava “Caro-bollette, quello che i governi non ci dicono”.

    Il prezzo del PUN era 132 €/MWh e oggi è a 220. La conclusione,errata, era “installiamo più rinnovabili che il prezzo scenderà ”.

    Siccome del gas avremo sempre bisogno negli anni a venire, e siccome il prezzo del gas è in continua ascesa – in questi ultimi mesi è raddoppiato – è evidente che, se non si modifica l’attuale metodo di formazione del prezzo, siamo destinati a soccombere.

    Vediamo allora, ancora una volta, come funziona.

    Il prezzo pubblicato sul sito ufficiale del GME – Gestore del Mercato Elettrico – è il PUN – Prezzo Unico Nazionale – che viene fissato entro le ore 12 del giorno che precede il giorno di consumo al MGP – Mercato del Giorno Prima, per frazioni temporali di 15 minuti.

    Non scoraggiatevi perché il meccanismo, al di là delle sigle, è relativamente semplice: i produttori dichiarano quanta energia sono disposti a produrre, e a quale prezzo, e i compratori dichiarano di quanta energia hanno bisogno e a quale prezzo sono disposti a comprarla.

    Ovviamente non è un mercato “gridato”, dal momento che avviene nel silenzio dei modelli informatici.

    E non sono neppure note, se non agli operatori, le liste, dette anche “pile” di domanda e offerta che il GME incrocia.

    Per definire il prezzo del mercato all’ingrosso, l’Italia ha adottato il modello denominato “Sistem Marginal Price”.

    Come funziona in pratica?

    Il GME raccoglie le offerte dei produttori e le ordina definendo, per ogni offerta, il volume messo a disposizione partendo dal prezzo più basso a salire fino a quello più alto.

    Le prime offerte ad essere “impilate” – la base che sarà sicuramente venduta – sono quelle degli impianti che utilizzano le fonti più economiche: idroelettrico, geotermico, eolico e fotovoltaico.

    A salire seguiranno le offerte più care, cioè quelle dei produttori che utilizzano carbone, gas e olii combustibili.

    Nel frattempo il GME ha anche “impilato” le richieste di acquisto presentate dagli operatori e, quando fa il totale, va a vedere quale è l’ultima centrale di produzione necessaria per soddisfare tutta la domanda di ogni quarto d’ora.

    Questa centrale diventa la centrale “marginale” in quell’ora e il prezzo dell’energia elettrica che verrà pagato a tutti i produttori in quell’ora è quello legato dell’offerta della centrale marginale.

    A fissare il prezzo dell’ora, quindi, non è la centrale più economica, e neppure la media ponderale di tutte le centrali chiamate a produrre in quell’ora, ma la richiesta avanzata dalla centrale più cara.

    E questo e’ il primo punto chiave da capire: se la centrale “marginale” e’ alimentata con gas naturale tutti i produttori vengono pagati come se producessero a gas naturale.

    Supponiamo quindi che, a una certa ora di una certo giorno, il sistema elettrico abbia bisogno di 100 unità di energia e che sul mercato si presentino quattro centrali in grado di produrla:

    1) produttore eolico offre 35 unità a 15 €/MWh

    2) l’idroelettrico ne offre 35 a 20 €/MWh

    3) il fotovoltaico ne offre 20 a 25 €/MWh

    4) la centrale a gas 80 unità a 200 €/MWh.

    Il gestore del mercato chiamerà a produrre l’eolico, poi l’idroelettrico poi il fotovoltaico e infine – per le 10 unità “marginali”, necessarie a soddisfare la domanda di 100 – chiamerà il produttore a gas ma tutti riceveranno dai compratori 200 euro per ogni unità di energia che hanno richiesto.

    Il meccanismo trova giustificazione nel fatto che il gestore del mercato vuole essere sicuro che tutte le centrali chiamate a produrre producano e che in rete ci sia sempre energia sufficiente con una «scorta» a riserva per gli eventuali picchi.

    Il messaggio, al quale ormai siamo abituati, è che il prezzo dell’energia elettrica dipende dal prezzo del gas ma quanti sanno che le centrali a gas concorrono a soddisfare la domanda media annuale per meno del 35%?

    E quando, d’estate, splende il sole, o tira il vento e il gas magari copre solo il 5% della domanda, succede che paghiamo i miliardi, come negli ultimi quattro mesi.

    Un effetto devastante per il consumatore che non percepisce come sia possibile pagare costantemente il prezzo determinato dalla tecnologia più costosa, mentre quelli che ci fanno i soldi, silenziosamente, continuano a farli e vogliono farne sempre di più con nuove installazioni.

    E’ chiaro che, per chi guarda il mercato da fuori, la situazione appare paradossale, dal momento che sarebbe logico pensare che se una parte dell’energia consumata costa meno il prezzo al consumo dovrebbe essere più basso.

    Questo comunque è il sistema e poco importa se qualche produttore da fonti rinnovabili incassa anche incentivi per effetto di vecchi dispositivi normativi – i conti energia – che non possono essere revocati, anche perché sono stati, nel frattempo,ceduti a istituti di credito o al sistema finanziario in genere.

    Questa settimana il PUN è stabilmente superiore ai 200 €/MWh e il gas oltre i 70 con trend in salita. Andiamo a gas a tavoletta e il sole si dev’essere spento.

    Senza un’azione correttiva siamo destinati a soccombere.

     

    Il MISE sui contatori di energia elettrica

    Continuano a sostituirci i contatori senza dare alcuna spiegazione.

    Un problema datato 2017, non risolto e tenuto sotto traccia.

    Rispondendo a un’interrogazione parlamentare il sottosegretario Gentile, riteneva che i dispositivi remoti di rilevazione dati, non avendo “funzioni di misura” non rientravano nell’ambito di applicazione della direttiva europea MID, recepita dall’Italia proprio per tutelare i consumatori.

    Quindi, perché farci sostituire i contatori, buttando via soldi, se non servono a misurare?

    Proseguiva Gentile: “nel recepire le norme europee il Mise ha tenuto conto della circostanza che l’ambito di applicazione delle norme per essa stabilite è riferito esclusivamente agli strumenti di misura e non si estende ad altri dispositivi eventualmente ad essi collegati, posto che questi ultimi non devono, in ogni caso, influenzare le caratteristiche metrologiche degli strumenti”.

    “Posto che non devono in ogni caso influenzare” é la legge e il ministero lo deve garantire, senza darlo per scontato o ritenendo che sia compito di altri.

    E invece cosa succede?

    Se non pagate le bollette, vi riducono la potenza da remoto ma nessuno controlla che non lo facciano anche se le pagate; senza intervengono poi sulla variabile tempo, contemporaneamente su decine di milioni di contatori, per modificare le fasce tariffarie.

    Quali sono le altre operazioni effettuabili da remoto senza che nessuno controlli e quindi senza tutela per il consumatore?

    I requisiti essenziali della direttiva MID sono talmente chiari da non richiedere alcuna circolare di chiarimento, come il sottosegretario promette.

    Occorre solamente definire e codificare la tele-metrica e la tele-gestione.

    Dovrebbe essere ormai chiaro che la misurazione può essere fatta solamente in accordo alla direttiva MID, per essere addebitata al consumatore, se no non è una misurazione.

    Con la scusa del nuovo contatore, assistiamo invece alla surrettizia imposizione di servizi indebiti e costosi che vanno ad aggiungersi alla bolletta più cara in Europa.

    Il contatore diventa inoltre un “grande fratello” che ci entra in casa, raccoglie e trasmette dati sensibili al distributore che, essendo controllato dalla stessa società che vende l’energia, potrebbe essere indotto a passarglieli.

    La sostituzione non é un obbligo e può essere rifiutata perché il decreto di recepimento della MID prevede che i contatori possono restare lì dove sono, evitando al consumatore un’ulteriore inutile spesa inutile.

    L’Autorità per l’energia non risponde.

    Eclisse 12 agosto 2026

    La sera del 12 agosto 2026 alzeremo gli occhi al  cielo per osservare una delle eclissi solari più importanti degli ultimi decenni.

    In Italia sarà parziale, totale in  Groenlandia, Islanda e parte della Spagna.

    Al nord l’oscuramento sarà significativo: a Milano il fenomeno inizierà intorno alle 19:27 e raggiungerà il massimo alle 20:20, con lo 0,93 di oscuramento.

    Per i sistemi elettrici europei sarà un fenomeno, peraltro largamente previsto, con complessità non di poco conto.

    La ragione è semplice: negli ultimi anni l’Europa, e l’Italia in particolare, hanno installato milioni di impianti fotovoltaici così ,quando la luna comincerà a coprire il sole, la produzione fotovoltaica  diminuirà molto più rapidamente di una normale tramonto estivo.

    Quindi il sistema di produzione elettrica non rinnovabile dovrà sostituire molto più in fretta del solito tramonto, la potenza fotovoltaica che mancare.

    La rete deve mantenere sempre in equilibrio produzione e domanda e quindi, se diminuisce rapidamente una fonte, altre devono sopperire immediatamente.

    L’eclissi non è quindi, di per sé, un evento pericoloso. Anzi, presenta un grande vantaggio rispetto a una perturbazione meteorologica perché se ne conoscono con precisione data, ora e traiettoria.

    I gestori europei hanno avuto mesi per prepararsi. ENTSO-E ha comunicato il 7 agosto che i Transmission System Operators europei si sono preparati specificamente all’eclissi per garantire la sicurezza del sistema.

    Ciò che rende particolare il 12 agosto p.v. è però il contesto nel quale l’eclissi va a gravare su un sistema già sottoposto agli stress conseguenti alla puntate di calore che ben conosciamo e che sembra siano destinate a durare.

    In questi giorni sono stati superati record di temperatura in diversi paesi dell’Europa centrale e orientale e i livelli dei grandi fiumi sono scesi a valori minimi.

    Questo produce diversi effetti contemporaneamente sul sistema elettrico.

    Il primo è l’aumento della domanda, soprattutto per il condizionamento. In Italia il 15 luglio il fabbisogno elettrico ha già sfiorato i 58 GW, mostrando quanto rapidamente il caldo possa spingere verso l’alto i consumi.

    Il secondo riguarda l’idroelettrico. Minore disponibilità d’acqua significa minore produzione, ma soprattutto minore disponibilità della fonte più preziosa per il bilanciamento della rete: è l’idroelettrico che può infatti aumentare la propria produzione molto rapidamente, proprio quando serve compensare una variazione della produzione o del consumo.

    Il terzo problema riguarda alcune centrali termoelettriche e nucleari europee.

    In Francia il caldo e le temperature elevate dei corsi d’acqua hanno già costretto EDF a ridurre  la produzione di alcuni reattori. Il fenomeno non significa che il nucleare francese sia complessivamente in crisi: storicamente le perdite di produzione dovute ai vincoli climatici sono rimaste almeno apparentemente limitate anche se, con una logica apparentemente contraddittorio, EDF ha appena annunciato un piano da 9 miliardi di euro per adattare nei prossimi quindici anni le proprie centrali alle conseguenze di temperature più elevate, siccità e minori portate fluviali.

    Ancora più evidente è ciò che sta accadendo lungo il Danubio. I livelli eccezionalmente bassi del fiume hanno già provocato pesanti riduzioni della produzione nucleare in Ungheria, dimostrando concretamente quanto acqua ed energia elettrica siano strettamente collegate.

    Ovviamente tutto questo impatta con effetti diretti anche sul nostro Paese.

    Ogni giorno una parte significativa dell’energia elettrica viene scambiata attraverso le interconnessioni con Francia, Svizzera, Austria e Slovenia. In condizioni normali, specialmente le forniture dalla Francia significano per noi sicurezza, in pratica la Francia ci tiene acceso il nord. Ciò funziona fino  a quando dispone di energia in eccesso e può aiutare quello vicino.

    Ma l’ondata di caldo continentale, del tutto nuova e sino ad ora inattesa, avviene contemporaneamente  in diversi paesi.

    Così la Francia potrebbe avere meno margine nucleare da esportare, la Svizzera potrebbe preservare le proprie risorse idroelettriche mentre Italia, Austria e Germania potrebbero registrare contemporaneamente una forte domanda per stare al fresco.

    L’interconnessione tra i paesi rimane preziosissima, ma non può creare l’energia che non esiste.

    Esiste inoltre un’altra variabile spesso ignorata: le linee elettriche soffrono il caldo.

    La capacità effettiva di trasporto non dipende soltanto dalla potenza nominale dell’infrastruttura, ma dalle condizioni operative, dalla temperatura dei conduttori, dal vento, dall’irraggiamento solare e dalla configurazione della rete. Per questo la capacità commerciale delle interconnessioni viene continuamente ricalcolata dai gestori.

    Il paradosso è evidente: nelle giornate nelle quali l’Italia avrebbe maggiore bisogno di importare elettricità, le condizioni climatiche possono contemporaneamente rendere più preziosa e più complessa proprio quella importazione.

    Alle 20:20, quando a Milano l’eclissi raggiungerà il suo massimo, il sistema starà già affrontando la normale “rampa serale”: il sole scende, la produzione fotovoltaica diminuisce, mentre famiglie, attività commerciali e climatizzazione continuano a richiedere energia.

    L’eclissi accentuerà temporaneamente questa dinamica.

    La rete dovrà quindi sostituire la produzione solare con una combinazione di termoelettrico, idroelettrico, accumuli e importazioni. Quando poi il fotovoltaico sarà praticamente scomparso con il tramonto, queste risorse dovranno continuare a sostenere il sistema.

    ENTSO-E, anche recentemente, ha confermato  di considerare complessivamente favorevole l’adeguatezza del sistema europeo per l’estate 2026 e  per circa due ore potremo osservare un esperimento quasi perfetto sulla trasformazione in corso nel sistema energetico europeo.

    Ma la vera lezione del 12 agosto non riguarda l’eclissi, riguarda ciò che accadrà quando essa sarà terminata e questa diventa una prova generale del futuro.

    Se il sistema assorbirà senza difficoltà il rapido calo del fotovoltaico, vedremo concretamente il valore della flessibilità: centrali programmabili, batterie, pompaggio, idroelettrico, interconnessioni e gestione della domanda.

    Se invece aumenteranno sensibilmente importazioni, produzione termoelettrica e prezzi nelle ore serali, avremo un segnale interessante su quanto siano diventati indispensabili tutti i megawattora necessari a coprire la domanda di consumo.

    Il blackout non è lo scenario centrale e presentare l’eclissi come una minaccia alla rete sarebbe fuorviante ma sarebbe altrettanto sbagliato considerarla soltanto una curiosità astronomica.

    D’altro canto aumentare la produzione di termica “preventivamente” per la ragioni sopraesposte non si può.

    Il sistema elettrico europeo sta passando da un modello nel quale era  la produzione a seguire la domanda, a uno molto più complesso, nel quale produzione rinnovabile, accumuli, reti e consumatori devono continuamente adattarsi gli uni agli altri e domani sera il cielo metterà alla prova questo cambiamento.

     

    I flop dei piani energetici europei

    Perché l’energia elettrica e il gas sono così cari?

    Ecco cosa ha combinato l’Europa in questi ultimi vent’anni.

    Alle decisioni europee si sono poi aggiunte le prebende che i vari governi hanno garantito al “sistema” italiano dove operano sfacciatamente monopolisti quotati in borsa e concessionari a vita. Società con margini operativi paurosi, garantiti e nutriti dalle nostre bollette.

    • rendere costosissimo il gas naturale, tagliando le forniture russe;
    • rendere l’Europa dipendente dal gas naturale liquefatto, sostituendo le forniture via tubo con importazioni via mare, soggette alla volatilità del mercato;
    • promuovere i prezzi di borsa del gas, soggetti alla volatilità del mercato, invece dei contratti a lungo termine take or pay che andavano benissimo;
    • favorire la chiusura degli impianti nucleari tedeschi aumentando il ricorso al carbone e al gas;
    • incentivare il nucleare francese perché “carbon free”;
    • incentivare l’installazione di pannelli fotovoltaici e turbine eoliche, contribuendo unicamente allo sviluppo dell’industria manifatturiera cinese;
    • introdurre l’ETS sulle emissioni di CO2,che ha fatto chiudere o delocalizzare centinaia di aziende europee;
    • promuovere e incentivare la mobilità elettrica distruggendo l’industria europea dell’automobile a vantaggio dell’industria cinese;
    • aumentare la dipendenza europea dalla Cina per materie prime critiche, terre rare, batterie, magneti permanenti, pannelli, inverter e componentistica;
    • fissare obiettivi temporali per l’installazione di impianti eolici e fotovoltaici, rendendo critica la stabilità delle reti e facendone aumentare i costi di gestione;
    • trasferire quote crescenti dei costi energetici sulle reti elettriche attraverso investimenti sempre più elevati in trasmissione, distribuzione, servizi di bilanciamento a detrimento di bollette civili e industriali;
    • incentivare l’elettrificazione dei consumi domestici con pompe di calore anche in contesti climatici ed edilizi dove i benefici sono inesistenti;
    • imporre una direttiva sull’efficienza energetica degli edifici – case green – talmente cervellotica che nessuno Stato membro ha adottato;
    • creare una banca dell’idrogeno e incentivarne la produzione con le FER, sapendo che era un binario morto;
    • aumentare la complessità regolatoria del sistema energetico europeo con un numero spropositato di direttive, regolamenti, meccanismi di incentivazione e obblighi amministrativi, favorendo le delocalizzazioni ed esasperando i rapporti con i partner commerciali;
    • promuovere numerose strategie industriali sulle materie prime critiche senza ridurre in misura sostanziale la dipendenza europea dalle importazioni.

    Autovelox e contatori

    La situazione illegale degli autovelox è la stessa dei contatori di energia elettrica.

    Non sono mai stati omologati e addebitano miliardi di euro da vent’anni.

    Anche i contatori funzionano “per decreto”, un decreto del 2007 che recepiva una direttiva europea.

    Un passo indietro: nel 2013 il Ministero competente – era ancora il MISE – viene interpellato alla Camera e  non ammette che la Prefettura di Milano, su intervento dell’Ufficio Metrico, aveva confiscato 64 contatori 64, installati in un edificio del centro di proprietà del Comune.

    Sanzioni amministrative per il distributore, cioè la società che li ha installati e li gestisce, e per il fornitore, che incassa il corrispettivo del consumo, che gli viene comunicato dal distributore.

    Sono ancora milioni i contatori che operano nella stessa situazione e se tutti gli Uffici Metrici si comportassero come successo a Milano, 700 € di sanzione per ogni contatore farebbero una bella cifra.

    La responsabilità principale resta del distributore, che ha installato strumenti illegali,e il fornitore dovrà rivalersi su si esso.

    In una puntata di Rai Report del 2005, alla domanda della giornalista:

    “Posso chiedere al MAP se un contatore della luce, voi che siete il Ministero delle attività produttive e vi occupate di metrologia legale, se pensate che sia uno strumento metrico o no e mi potete rispondere no o mi potete rispondere si”

    venne risposto:

    “No! No perché capisco come è capziosa questa domanda è questo il mio problema. Nel senso che questo significa che a un certo punto poi la conclusione è allora i contatori non sono controllati da nessuno e c’è un mercato che non è controllato e il consumatore non è cautelato. Io questo non riesco a capire e quindi a questa domanda non rispondo. Domande capziose che possono essere capovolte anziché nel ben fare nel cattivo fare”

    Gli ispettori dell’Ufficio Metrico di Milano non sono mai stati smentiti, salvo alla Camera dove è stato dichiarato il falso.

     

    Antonio c’ho caldo

    Notizia esplosiva: d’estate farà caldo! Come hanno raccontato il cambiamento climatico per fare affari.

    Primo giugno, primo titolo: “Sarà l’estate più calda della storia”. Invece è come l’anno scorso, e come due anni fa.

    Come ogni anno,in verità, da quando qualcuno ha scoperto che la paura del caldo vende più del caldo stesso.

    Pagina tre: temperature infernali. Pagina cinque: pubblicità di auto elettriche con batterie cinesi.

    Chi scrive il titolo e chi compra lo spazio pubblicitario lavora per lo stesso committente, ma il lettore non lo sa.

    Fino agli anni settanta, prima che arrivasse l’aria condizionata, d’estate era normale la canottiera, i pantaloncini corti e un fazzoletto bianco con i quattro nodi in testa per il sudore.

    La chiamavano canicola, ci avvisava Bernacca e nessuno convocava vertici di emergenza. Nessuno aveva bisogno dello psicologo. D’estate faceva caldo: era il sole, non una catastrofe. Poi qualcuno ha trasformato il sole in un affare.

    La sinistra europea accende il fuoco: “Abbiamo ricevuto il mondo in prestito dai nostri figli”.“Non esiste un pianeta B.” “Siamo l’ultima generazione.”

    Un repertorio di frasi da cioccolatino che farebbe arrossire un parroco di campagna, ripetute con gli occhi lucidi e il dito puntato verso chiunque osi dubitare.

    Dubitare è vietato. Chi dubita è negazionista, anche se ha un Nobel in tasca.

    Già, perché John Clauser, Nobel per la Fisica nel 2022, ha firmato una dichiarazione netta: non esiste alcuna emergenza climatica.

    Prima di lui Ivar Giaever, Nobel 1973.

    Oltre milleseicento scienziati. Carlo Rubbia, al Senato italiano. Rita Levi Montalcini, in un appello del 1992 con altri sessantuno Premi Nobel contro l’” ecologismo irrazionale”.

    Nessuno di loro ha mai negato che il clima cambi.

    Hanno detto che cambia da sempre. Che la Groenlandia si chiama così perché mille anni fa era verde, senza una sola automobile. Che le glaciazioni non le ha provocate la Fiat.

    Ma chi dice che la catastrofe non è imminente non ottiene fondi.

    Chi dice che lo è, li ottiene a pioggia.

    E qui si arriva al punto: il catastrofismo climatico è il motore di un’industria da migliaia di miliardi.

    Certificati verdi che valgono meno dei soldi del Monopoli: un’organizzazione internazionale ha verificato che solo un credito di carbonio su ventisei è reale, gli altri venticinque sono aria fritta impacchettata.

    Sono i derivati dell’ambiente, la stessa truffa del crollo del 2008 in salsa verde: carta che garantisce carta che garantisce il nulla.

    Attorno a questa finzione, un esercito di consulenti fattura miliardi per certificare aziende come “sostenibili”.

    Chi certifica i certificatori? Altri consulenti. Il gatto si morde la coda e il conto arriva al cittadino.

    Due i capolavori: l’auto elettrica e l’energia rinnovabile.

    L’Europa doveva ridurre le emissioni. Poteva lasciare libera la tecnologia. I carburanti sintetici abbattono le emissioni del novantanove per cento. L’idrogeno funziona. I biocarburanti pure.

    Invece Bruxelles ha scelto l’unica tecnologia dove l’Europa perde e Pechino vince: la batteria.

    Ha vietato tutto il resto. Nel 2035 addio ai motori termici.

    La Cina nel frattempo investiva duecentotrenta miliardi per controllare la filiera e oggi domina il novantasette per cento della grafite e il settanta per cento della raffinazione del litio.

    Litio che serve le betterie per stoccare l’energia rinnovabile in eccesso se no scassa la rete come successo in Spagna. Una rete vecchia, stressata e non adatta a due milioni di produttori.

    Molti sono stranieri perché pagando la politica e le lobby locali ci si fa una barca di soldi grazie anche ad una regolazione compiacente nutrita dalle bollette.

    Se Pechino chiude il rubinetto per un mese, l’industria europea si ferma.

    In nome del clima, si è sostituita la dipendenza dal petrolio con la dipendenza dalla Cina: non una liberazione: un cambio di padrone.

    Chi ha orchestrato il trasferimento?

    Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione e paladino del Green Deal. Il quotidiano olandese De Telegraaf ha documentato che la Commissione finanziava segretamente le associazioni ambientaliste per fare pressioni a favore delle sue leggi.

    Settecentomila euro per “orientare il dibattito”.

    Elenchi di parlamentari da contattare. Obiettivi di lobbismo da rendicontare. Il legislatore che paga i promotori della propria legge.

    Poi Timmermans si è candidato premier in Olanda con i Verdi. Un fiasco: lo ha votato e “comprato” solo chi non lo conosceva.

    Il cerchio si chiude, il conflitto di interessi neppure si nasconde.

    A dicembre 2025, sotto la pressione di Meloni, Merz e Tusk, Bruxelles ha fatto marcia indietro sullo stop ai motori termici.

    Ammissione silenziosa di un disastro: tre milioni di auto vendute in meno, decine di migliaia di posti di lavoro bruciati, una dipendenza strategica che prima non esisteva.

    Persino Larry Fink, il capo di BlackRock – il più grande gestore di patrimoni del mondo – che per cinque anni aveva predicato il verbo verde, nel 2025 ha smesso di pronunciare la parola “sostenibilità”.

    Zero volte nella sua lettera annuale, contro le trentasei del 2020. Il sacerdote che chiude la chiesa quando i fedeli smettono di pagare.

    Intanto ai ragazzi hanno insegnato l’eco-ansia: prima inventi la paura, poi la certifichi come malattia, poi vendi lo psicologo per curarla.

    Ai Gretini incollati all’asfalto nessuno ha spiegato che bloccavano le ambulanze in nome di un pianeta che cambia temperatura da quattro miliardi di anni.

    D’estate farà caldo. Come faceva caldo quando i Vichinghi coltivavano l’orzo in Groenlandia e come faceva freddo durante le glaciazioni, senza una sola ciminiera a spostare il termometro.

    Oggi ci raccontano che se fa freddo è colpa del cambiamento climatico e se fa caldo è colpa del cambiamento climatico.

    L’unica costante è il conto: lo paga sempre il cittadino.

    Con l’auto nuova, la caldaia nuova, la bolletta nuova e lo psicologo per l’ansia che gli hanno insegnato a provare.

    L’estate più calda della storia? Forse. Ma il conto più salato della storia è già arrivato. E non l’ha portato il sole.

    I blackout locali, ma sono ormai distacchi preventivi perché i distributori non sanno più che pesci prendere, sono sempre più frequenti ma nessuno ne parla.

    L’inverno sarà freddo, come tutti gli inverni, forse mancherà il gas ma ci scalderemo con i maglioni,tanto le pompe di calore, se fa molto freddo,non scaldano.

    Grazie a Roberto Riccardi

    Bollette creative con consumi nulli

    Le bollette che fatturano consumi pari a zero non sono regolari.

    Non dovrebbero essere neppure emesse e,invece, succede spesso.

    Caso tipico di una seconda casa,tutto spento ma viene addebitato qualche kWh, poca roba, ma strumentale al resto.

    Se chiedete al fornitore una spiegazione la risposta è: “le addebito qualche kWh, anche se non dovrei, solo perché in questo modo riesco ad addebitarle tutto il resto. La prossima volta glieli accredito”.

    E cos’è tutto il resto?

    Il trasporto del nulla: non ti arriva nulla ma paghi il trasporto.

    Sulla bolletta scrivono: materia prima fornita zero, il contatore non si è mosso, ma devo pagare il trasporto, gli oneri di sistema, le tasse, le accise, IVA anche se non ho acceso una sola lampadina.

    Non va meglio per il gas, dove il consumo rilevato sul contatore viene moltiplicato per un coefficiente e la bolletta addebita standard metri cubi, con sei cifre dopo la virgola.

    Arera dice “unità di fatturazione” che dovrebbe essere l’euro.

    La legge è chiara: nei contratti di somministrazione di gas la quantità scambiata contro il prezzo deve essere espressa in unità di misura legali – e gli standard metri non lo sono mai stati – come legali devono essere gli strumenti che la rilevano.

    Fondamentale segnalazione di AEEG – poi Arera – a governo e parlamento nel 2008 a seguito dell’inchiesta della Procura di Milano sulla misurazione del gas.

    Se non ha ricevuto risposte in 17 anni significa che a chi incassa va bene così!

    E non sono neppure legali i contatori che stanno sostituendo perché potranno essere gestiti da remoto con protocolli noti solo ai proprietari degli strumenti, cioè i distributori.

    Difficile che il ministero voglia e possa riprendere il controllo della metrologia legale, dopo averla lasciata per decenni alla mercé delle lobbies, conferendo ad Arera ruoli che non le competono.

    Il recente caso degli Autovelox evidenzia il vuoto normativo.

    Proposta: pagare un canone per avere la luce sempre a disposizione invece di sotterfugi contabili.

    Incidenti da gas

    Ogni anno in Italia si registrano circa una trentina di decessi causati dal gas, una quota che gli esperti considerano tristemente “fisiologica”.

    Negli ultimi cinque anni si sono contati 182 morti e 1.800 feriti, con una media di 230-240 incidenti all’anno tra esplosioni e crolli.

    Cifre che dimostrano come il potenziale pericolo sia ampiamente sottovalutato e la prevenzione ancora scadente.

    Le bollette del gas allegano regolarmente un vademecum sulla sicurezza, che nessuno legge.

    Con il contatore letto da remoto è venuto meno il servizio “post-contatore” gratuitamente offerto dal letturista: l’addetto del distributore che, nel rilevare i consumi, istruiva l’utente.

    Oggi, ogni anomalia a valle del contatore è di responsabilità del consumatore. Il tubo flessibile dei fuochi della cucina va sostituito.

    Ad esempio, nei complessi condominiali con i contatori installati in batteria, l’utente risponde penalmente di tutta la tubazione a valle del proprio misuratore.

    Di norma, i controlli stringenti sull’impianto privato avvengono solo in fase di prima attivazione o riattivazione della fornitura.

    Solo in queste occasioni, il distributore esegue la prova di pressione della tubazione a valle del contatore prima di ridare gas: se l’impianto perde pressione oltre le tolleranze consentite, il contatore resta chiuso.

    Con l’avvento dei nuovi contatori elettronici (smart meter), la situazione si complica.

    Il distributore, senza dover operare sul posto, chiude una valvola posta all’interno del contatore, interrompendo l’erogazione del gas.

    Ciò succede, per esempio nei casi di morosità.

    Quando il cliente regolarizza i pagamenti, la fornitura viene riattivata, ma emergono seri interrogativi sulla sicurezza qualora l’impianto a valle presenti delle criticità.

    Se in passato il contatore del cliente moroso veniva sigillato fisicamente — una procedura costosa ma sicura — oggi basta un impulso digitale per chiudere la valvola, lasciando attivo sul campo uno strumento potenzialmente vulnerabile, o soggetto a manomissioni.

    La ripartizione dei ruoli è diventata netta: il fornitore vende il gas, il distributore lo trasporta e lo misura, ma dal contatore in poi ogni onere spetta all’utente finale.

    Eppure, a meno di emergenze o fughe di gas, gli utenti non hanno rapporti diretti con il distributore; la maggior parte di loro non sa neppure chi sia, anche se è evidenziato sulla bolletta.

    Sono proprio i distributori, non si sa a quale titolo, a gestire la sostituzione massiva dei vecchi contatori, interfacciandosi direttamente con l’utente senza che il fornitore, quello che fa le bollette,ne sia informato.

    Con la liberalizzazione del mercato, e la separazione societaria tra vendita e distribuzione, è venuto meno l’interesse “centralizzato” a garantire la sicurezza del sistema, lasciando il “post-contatore” totalmente a carico dell’utente.

    In questo contesto, gli amministratori di condominio dovrebbero svolgere un ruolo attivo nell’informare e sensibilizzare i condòmini.

    Infine, va ricordato che l’autorità di regolazione – ARERA – ha approvato la valvola interna ai nuovi contatori elettronici “ai soli fini gestionali” di dubbia interpretazione.

    La valvola non è normata come presidio di sicurezza e il perché resta un mistero.

    Per questo motivo, laddove il contatore sia installato all’interno delle mura domestiche, l’opportunità e le modalità della sua sostituzione andrebbero valutate con attenzione.

    Aggiornamento gas

    Razionamento?

    Russia waiting for US sanctions

    Premesso che il gas è, e sarà essenziale per non restare al buio, al freddo o al caldo, vediamo come siamo messi.

    Un passo indietro: l’amministrazione Obama – con Biden vice – ha sempre osteggiato NS2, il secondo tubo del gasdotto russo-tedesco nel Baltico, voluto da Merkel, per sostenere l’industria tedesca, e dai russi che avrebbero investito nel settore gas in Germania.

    Osteggiato da sempre anche da Bruxelles, il gasdotto non riceve il permesso di operare e salta definitivamente per aria dopo l’invasione dell’Ucraina, come promesso da Biden nella famosa conferenza.

    Saltano i due tubi capaci trasportare in Germania 110 miliardi di metri cubi di gas all’anno; noi ne consumiamo 70.

    Nel 2015, un terzo del consumo europeo arrivava dalla Russia attraverso l’Ucraina, che ne “tratteneva” una parte per scaldarsi.

    La bolletta ucraina, e le garanzie ucraine ai russi, venivano regolarmente pagate dalla UE purché il gas transitasse regolarmente.

    Un ricatto che è durato durante la guerra.

    Adesso non arriva più ma il gasdotto non è stato danneggiato, come peraltro sono riparabili i due nord stream.

    La prima amministrazione Trump, i suoi rapporti con Putin, e la manutenzione delle centrali nucleari francesi aveva fatto intravedere il ritorno al gas russo, poi tramontato definitivamente con Biden.

    Con il risultato che il prezzo del gas é cinque volte quello del 2020.

    Adesso arriva liquefatto via mare, buona parte è ancora russo e il resto è americano.

    Gli europei hanno dovuto anche attrezzarsi in fretta con le infrastrutture di rigassificazione e ora devono ricostituire le scorte per il prossimo inverno.

    Gli stoccaggi servono essenzialmente per tenere in pressione i gasdotti e per far funzionare le turbine.

    In pratica per non restare al buio. Non servono per combattere il freddo!

    Quando il ministro dice di aver contrattualizzato gli stoccaggi intende i serbatoi e non il gas da metterci dentro.

    La riapertura di NS, anche se arrivasse la pace, non sembra comunque politicamente accettabile a Bruxelles.

    E poi non conviene né ai russi né agli americani.

    Converrebbe ai tedeschi che nel frattempo utilizzano “a manetta” il loro carbone.

    Venendo all’Italia, la chiusura di Hormuz e la distruzione dei treni di liquefazione dell’impianto di Ras Laffan in Qatar, che ci garantivano 8 miliardi di metri cubi all’anno, sui 70 consumati, peggiorano la situazione.

    Bernabé e De Scalzi, uno ex e l’altro attuale AD di Eni, sono stati molto chiari sulla gravità della situazione e tra cinque mesi dovremo rinunciare completamente al gas russo “se non verrà riportata la pace in Ucraina”,come afferma Meloni.

    È molto probabile che, speriamo,la guerra finisca proprio per evitare il blocco totale.

    Nel frattempo però non viene presa alcuna precauzione, come per esempio quella di sensibilizzare la popolazione a usare meno gas: un minimo razionamento potrebbe incrementare gli stoccaggi e un migliore utilizzo dei condizionatori potrebbe evitare i numerosi blackout da terzo mondo.

    Solo chi, come me, ha vissuto l’austerity degli anni ’70 sa cosa significa restare senza benzina o andare a letto alle 22.30.

    Per capirne di più potrebbe essere utile rileggere un rapporto dell’OIES del 2014 che analizzava le alternative europee di approvvigionamento e criticava il fatto che si valutano sempre le opzioni europee e non quelle dei russi che, essendo i padroni del gas, sono molto più “elastiche“.

    Il rapporto concludeva che la reciproca dipendenza, tra Russia e Europa, presentava più vantaggi che svantaggi, anche perché l’Europa non sarebbe mai stata in grado di diversificare le fonti energetiche, se non a carissimo prezzo.

    Dopo il “green deal” consumiamo sì meno gas ma ne siamo molto più dipendenti, e inoltre bruciamo carbone.

    Il rapporto indicava,al 2030, un fabbisogno aggiuntivo di 200 miliardi di m3/anno e un prezzo – 20 €/MWh – che i russi, affermava il rapporto, sarebbero stati sempre in grado di garantire.

    Oggi costa più del doppio, e se arrivasse di nuovo via tubo?

    Il commercio globale annuo di GNL al 2030 era previsto in 700 miliardi di m3.

    Oggi siamo già a 800!

    Noi riceviamo sempre meno gas dall’Africa e quello che arriva dall’Algeria è in parte russo.

    Miracolo: il milionesimo di metrocubo!

    Perché standard metri cubi per misurare il gas?

    La bolletta indica la lettura del contatore – 415 m3 – ma addebita 416,030175 Smc

    Sei cifre dopo la virgola e l’utilizzo di un’unità di misura non legale, un’inedita unità di fatturazione!

    Oggettivamente difficile misurare un milionesimo di metro cubo, anche in un laboratorio.

    Nessuno ci fa caso, ma i sei decimali derivano da un’operazione aritmetica.

    L’Autorità dell’energia spiegava – prima che la pagina sul sito istituzionale sparisse – che i sei decimali derivavano proprio dalla moltiplicazione del numero del contatore, per un coefficiente così “tutti i consumatori pagano uguale”.

    Ma perché l’unico dato legale della transazione, cioè quello indicato dal contatore, viene moltiplicato per un coefficiente?

    Perché un’altra legge, quella sulle accise, stabilisce che le stesse vengano calcolate e pagate sul prodotto di quella moltiplicazione.

    La metrologia legale afferma però che “solo strumenti legali possono essere impiegati nei rapporti tra terzi, come legali devono essere le unità di misura”.

    L’Italia ha recepito la Direttiva Europea che stabilisce che “il volume del gas si misura in metri cubi”. In tutta Europa, il gas viene misurato legalmente in metri cubi e addebitato legalmente in kWh, unità di misura legale dell’energia.

    In Italia, l’unità di misura utilizzata non é legale, con tutto quanto consegue.

    Un’unità di misura resta, per sua definizione, unica mentre per misurare il gas italiano ne vengono usate due.

    Due pesi e due misure? Chi ci perde e chi ci guadagna?

     

    I contatori intelligenti

    Intelligenti per chi misura o per chi non deve leggerli?

    I primi misuratori elettronici di energia elettrica vennero imposti da Enel a inizio millennio.

    In quegli anni Enel era la “luce nazionale” e poteva fare quello che voleva. Non è che in vent’anni sia cambiato molto, ma chiedete a Bersani, sì quello che smacchia i giaguari, è tutto merito suo.

    In cinque anni sostituirono trenta milioni di contatori!

    Sostituire i contatori deve rendere se, dopo vent’anni, continuano a sostituirli.

    La sostituzione è garantita dalle bollette, finanziata dall’Europa e tenuta sotto traccia dai media.

    Quante volte li avrà pagati il consumatore nel corso degli anni?

    I contatori era chiamati “intelligenti” solo perché avrebbero dovuto registrare il consumo e trasmetterne il dato da qualche parte.

    Decimato un esercito di letturisti e, con i letturisti, anche la legalità perché il dato di consumo valido per legge è quello che leggi sul contatore.

    Ma tutto questo al consumatore interessa poco perché, nella maggior parte dei casi, non sa neppure dove si trovi, il contatore.

    Alla presenza del letturista il consumatore aveva una minima percezione del consumo, c’erano dei numeri che venivano registrati e sarebbero stati riportati sulla bolletta successiva.

    L’installazione dei nuovi contatori – che venivano pubblicizzati come un esperimento unico al mondo, ma nel depliant di Enel erano solo “elettrodomestici” – avrebbero sostituito i contatori “con la rotella” che girava, le tamburelle ed un numero,molto chiaro.

    Rotella che, dopo 70 anni continua a girare non solo in Italia – ancora in milioni (?) di contatori – ma in tutto il mondo come per es. in USA o in Germania, dove li fabbrica Siemens.

    Va ricordato che Siemens non ha centrali, non ha reti elettriche e non vende energia, la misura è basta.

    In Italia Enel fa tutto e, in più, ce la misura! Ritelefonate a Bersani.

    I primi contatori elettronici erano quindi progettati e fabbricati da Enel, e solo Enel sapeva cosa sarebbero stati in grado di fare in futuro.

    Un bel vantaggio per i distributori di energia elettrica che ci piazzavano in casa uno strumento capace di raccogliere informazioni sensibili, mentre per i consumatori, che lo avrebbero pagato,non cambiava nulla.

    I primi trenta milioni non furono neppure omologati, perché Enel era Enel, con il risultato che oggi ancora milioni di contatori, quelli con il marchio CE farlocco, si trovano nella stessa situazione degli autovelox, i bancomat dei comuni italiani che non possono essere più utilizzati per scremare gli automobilisti, proprio perché non sono omologati.

    Inoltre i contatori sono difficili da consultare,agendo sul tasto del contatore compaiono una serie di dati, perlopiù incomprensibili

    Forse era proprio quello lo scopo: non fare leggere i contatori!

    Impossibile poi la verifica legale in contraddittorio: nella cessione di beni venduti a “quantità” questa deve poter essere apprezzata, contestualmente, da venditore e compratore.

    Questa la legge:

    “A prescindere dal fatto che sia possibile o meno leggere a distanza uno strumento di misura destinato alla misurazione di servizi forniti da imprese di pubblica utilità, esso deve comunque essere dotato di un visualizzatore metrologicamente controllato, facilmente accessibile al consumatore senza alcun ausilio. La lettura di tale visualizzatore è il risultato della misurazione che costituisce la base su cui è calcolato il prezzo da corrispondere.”

    #contatorienel #smartmeter

    #autovelox

    #omologazionestrumenti

    Le marchette con i dati sensibili

    Quanto valgono i dati delle utenze

    Invece di lamentarci per le telefonate moleste dovremmo stare molto più attenti alle informazioni che regaliamo.

    In Italia pochi leggono le bollette, o i contratti prima di firmarli, molti non conoscono la differenza tra il fornitore, quello che emette la bolletta, e il distributore, che trasporta luce e gas fino ai suoi contatori, dove li misura.

    I contatori di energia elettrica, che ci stanno installando da venticinque anni, sono letti e gestiti dai distributori.

    Li gestiscono “da remoto” con un computer e non si sa in forza di quale diritto.

    Non si sa cosa i distributori possano fare “da remoto” perché i protocolli di comunicazione non sono pubblici.

    Quindi certe operazioni “da remoto” potrebbero essere inammissibili, come, per esempio, stabilire da remoto il nostro consumo. Infatti, se a utente moroso viene giustamente ridotta la potenza a sua disposizioni, perché non farlo anche aquelli che la bolletta la pagano? Sarebbe truffa, ma chi potrebbe provarla?

    Quali siano i dati raccolti dai contatori é un altro mistero; prova ne è che, quando ci sostituiscono il contatore, utilizzano accessori di lettura e di comando non omologati.

    Altra prova evidente è che appena cambiamo il fornitore arrivano le telefonate.

    Con quanta facilità firmiamo la clausola della privacy ad ogni acquisto? O concludiamo al telefono contratti di luce e gas, senza neppure sapere quanto consumiamo? Oppure leggiamo al telefono, a sconosciuti, le nostre bollette senza renderci conto di regalare dati sensibili? Firmiamo polizze assicurative senza leggerle e magari cestiniamo le modifiche unilaterali di contratto di fornitura di luce e gas?

    Quei dati finiscono in rete e i tabulati vengono offerti anche su Facebook.

    É grazie a quelle informazioni che poi riceveremo tutte quelle offerte telefoniche.

    E in effetti, con i nuovi contatori potrebbero sapere tutto di noi: le nostre abitudini di consumo, quando siamo in vacanza, quante ore al giorno siamo in casa, se siamo dei buoni pagatori, e magari il nostro numero di telefono e l’IBAN.

    E poi chi garantisce la sicurezza del dato che viene trasmesso?

    Meglio tenerci stretti i numeri di POD (per la luce) e di PDR (per il gas).

    Con quei numeri possono millantare contratti non richiesti. Mostrare quei numeri sui siti dei comparatori di offerte in rete può essere pericoloso.

    I dati valgono centinaia di euro perché il mercato di luce e gas è un mercato di offerta, e i dati dei consumatori sono oro.

    Così i distributori raccolgono i dati e li passano poi ai venditori, che sono spesso società collegate sotto lo stesso ombrello e che risultano ovviamente avvantaggiati.

    Siccome i contatori nascevano anche per utilità dell’utente, ho provato la procedura per verificare i miei consumi sul SII – Sistema Informativo Integrato.

    Ci si accede solo con l’identità digitale, ma pochi sanno cos’è e non possono perdere ore per farlo. Dopo uno slalom tra sms e password, ho potuto verificare i consumi solo di una di tre utenze a me intestate, delle altre due il sistema dice che non ci sono i dati.

    In effetti, se non c’è un contatore di ultima generazione, l’utente non vede proprio nulla. Per il gas, dicono, ci vorranno anni anche se il nuovo contatore lo paghiamo da quando lo installano.

    La nuova piattaforma è stata predisposta da Acquirente Unico, società pubblica che garantisce la fornitura di energia elettrica ai clienti del mercato tutelato.

    In base ai dati Arera, il venduto di Enel supera l’80%, stessa percentuale dell’energia elettrica distribuita da edistribuzione, di intera proprietà di Enel. Sui nuovi contatori c’è il logo Enel, e quindi, in futuro, saremo tutti più liberi di comprare energia da Enel.

    Le altre centinaia di venditori si limiteranno a mercanteggiare i nostri dati.

    #agcm #privacy

    FV & BESS

    Se i BESS stanno in piedi da soli perché vanno incentivati?

    Un impianto fotovoltaico utilizza il sistema di accumulo per “stabilizzare” l’energia che produce e massimizzarne la redditività.

    Per dimensionare correttamente un sistema di accumulo – noto anche come BESS (Battery Energy Storage System) – vanno considerate:

    • la potenza,espressa in MW (megawatt), che indica quanta energia la batteria può caricare o scaricare istantaneamente e
    • l’energia, espressa in MWh (megawattora), che può essere caricata/scaricata.

    Una batteria da 5 MW / 20 MWh può erogare 5 MW per 4 ore; una batteria da 10 MW / 40 MWh può erogare 10 MW per 4 ore. 

    Il BESS può essere utilizzato per:

    1) Lo smoothing (o smussamento) che serve solamente a compensare le variazioni rapide derivanti per es. dal passaggio di nuvole, quindi una batteria capace di reagire rapidamente. Per un impianto da 10 MWp può bastare un accumulo dell’ordine di 2 – 5 MW.

    2) Il peak shifting. La scomposta crescita del FV si evince dalla “duck curve” che rappresenta la produzione elettrica durante la giornata. Nelle ore centrali il FV produce grandi quantità di energia riducendo la richiesta alle centrali termiche. La curva scende formando la “pancia” dell’anatra. Al calar del sole, la produzione FV cala rapidamente e la domanda aumenta.

    La rete deve compensare rapidamente la domanda, generando il cosiddetto “collo” dell’anatra, cioè una rampa di crescita molto ripida.

    Traslazione

    Nelle ore centrali della giornata, con l’impianto FV che produce molto più di quanto convenga riversare in rete – e in un futuro non lontano, la rete non potrà più assorbirla completamente – la batteria carica e nelle ore serali scarica, restituendo alla rete l’energia accumulata. 

    In questo modo l’energia non viene più utilizzata nel momento in cui viene prodotta, ma viene “traslata” nel tempo. Il risultato è  una“pancia” dell’anatra meno profonda e un “collo” serale meno ripido che si traducono in variazioni di carico più graduali e stabili. 

    Quindi il “peak shifting” migliora la stabilità della rete elettrica, riduce le rampe e diminuisce il rischio di sovra disponibilità dell’impianto FV, che verrebbe forzatamente tagliata dal TSO.

    Nel caso di un impianto fotovoltaico da 10 MWp, un sistema di accumulo dell’ordine di 20 – 40 MWh può modificare in modo significativo il profilo dell’anatra.

    Tuttavia, con l’obbiettivo di ottenere un profilo di produzione stabile e costante, durante tutta la giornata, il BESS dovrebbe essere in grado di “seguire” costantemente l’impianto FV. 

    Per un fotovoltaico da 10 MWp bisognerebbe disporre di una capacità di accumulo base compresa tra 40–80 MWh . 

    Per esempio, se si vuole garantire una potenza stabile di 5 MW per 4 ore, occorrono 40 MWh.

    Tenendo conto di un 10–20% in più, per compensare le perdite di conversione, il rendimento delle batterie, il degrado nel tempo e le riserve operative di sicurezza, il fabbisogno sale tra i 44 e 48 MWh.

    Un caso pratico

    La potenza di una batteria per un impianto FV in Sicilia da 10 MW con una produttività media attesa di 1380 kWh/kWp, in peak shifting.

    Considerando una produzione media giornaliera di 37,8 MWh con il “peak shifting” non serve accumulare tutta la produzione giornaliera ma solo una parte, ipotizzando tre scenari:

    1. Soluzione minima 5MW / 20 MWh che è buona per spostare una parte dell’energia verso sera, senza modificare il profilo.
    • Soluzione equilibrata: 7,5 MW / 30 MWh che consente circa 4 ore di scarica a 7,5 MW
    • Soluzione robusta 10 MW / 40 MWh una batteria da 4 ore alla piena potenza dell’impianto che consente di assorbire e restituire una quota molto importante della produzione giornaliera.

     

    Valutazione Economica

    FV di 10 MWp abbinato a un BESS da 10MW / 40 MWh con un costo stimato dai 12,5 a 17,5 milioni di €.

    Un FV da 10 MWp in Sicilia opera in una delle zone italiane con maggiore volatilità dei prezzi e quindi spread giornalieri atti all’arbitraggio:

    1. Si carica la batteria nelle ore a basso prezzo, anche notturne e indipendentemente dalla produzione FV reale che tra l’altro , può ridursi sensibilmente nei periodi invernali;
    2. Si scarica nelle ore serali quando il PUN zonale è molto più alto.

    Con un BESS da 10 MW / 40 MWh, si può traslare circa il 25–40% della produzione verso ore più remunerative.

    Quindi circa: 3,5–5,5 GWh/anno. 

    Oggi al sud e sulle isole gli spread, tra ore FV e ore serali, possono variare tra i 40 e i 90 €/MWh.  

    Un’energia  “ritardata” di 4.500 MWh/anno con valore medio di 60 €/MWh porta ad un beneficio lordo annuo di 270.000,00 € di solo shifting.

    Inoltre un BESS “utility scale” oggi genera valore anche tramite servizi ancillari Terna,  regolazione di frequenza, balancing, capacity market, MACSE, riduzione del curtailment FV, così quantificabili:

                  Fonte ricavo                                            Ordine di grandezza annuo

           Peak shifting / arbitraggio                                           0,25 – 0,50 M€

              Servizi rete / balancing                                              0,20 – 0,60 M€

             Capacity market / MACSE                                           0,15 – 0,50 M€

    Riduzione curtailment e ottimizzazione FV                     0,05 – 0,15 M€

    Totale potenziale                   0,7 – 1,7 M €/anno

    Si può quindi ritenere verosimile un rendimento compreso tra circa 0,8–1,0 M€/anno sino a un massimo di 1,7 M€/anno 

    Questo fa capire come il BESS aumenti direttamente il valore dell’energia prodotta con il FV collegato.

    Ed è proprio per questa ragione che oggi, in Sicilia, Sardegna e Sud Italia,i grandi  FV vengono progettati direttamente in configurazione composta.

    Avendo dimostrato che i BESS stanno in piedi da soli, ci stanno molto bene e possono essere altamente speculativi, non si capisce perché i consumatori, o i cittadini ( non è chiaro se con le bollette o con il PNRR) debbano incentivarne l’installazione.

     

    Quanto gas entra in Italia?

    Chi conosce il bilancio del gas nazionale?

    Valido dal 1/1/2022 il nuovo

    TESTO INTEGRATO DELLE ATTIVITÁ DI VENDITA AL DETTAGLIO DI GAS NATURALE E GAS DIVERSI DA GAS NATURALE DISTRIBUITI A MEZZO DI RETI URBANE (TIVG).

    emesso da ARERA come ennesima variante – al momento sono 103 – di una delibera del 2009.

    Questa è la prima pagina, questa è regolazione!

    Arera lascia alcuni “buchi” che solo il MASE – Ministero dell’ Ambiente e della Sicurezza Energetica – può correggere.

    Il dato di misura non è più quello che leggiamo sul contatore – valore legale univoco della quantità della res che paghiamo – ma il risultato di una varie attività, tra le quali la “validazione”.

    In Metrologia legale il dato di misura è il risultato di un’operazione effettuata con uno strumento di misura legale e, siccome per uno strumento legale vale la presunzione che possegga tutti i requisiti richiesti dalla legge, l’attività di validazione é del tutto inutile.

    Le bollette del gas esprimono il volume di gas fornito in Smc – acronimo di Standard metri cubi – che non è un’unità di misura legale.

    Invece di andare a cercare nuovo gas in giro per il mondo, sarebbe opportuno verificare, quanto gas effettivamente entra e esce dal nostro paese.

    E questo, per ora, lo può sapere, dopo mesi, solo l’Agenzia delle Dogane!

    La legge 166 del 20 novembre 2009, con il fine di “consentire la semplificazione degli scambi”, ha sottratto all’obbligo di controllo i sistemi di misurazione installati presso gli arrivi dei gasdotti dall’estero. Sistemi che non sono riconosciuti dalla Direttiva 2004/22/CE.

    Impossibile perseguire extra-profitti : la misurazione non viene effettuata legalmente e quindi non è possibile definire legalmente il volume di gas importato.

    Emozionati per la buonuscita della Pina

    I manager dei monopoli e le buonuscite

    In pieno lock-down, con le industrie ferme, i signori dell’energia annunciavano risultati trionfali.

    I monopoli, le concessioni e le concessioni in monopolio rendono e il sistema politico ha tutto l’interesse a mantenerne il controllo.

    Con buona pace di Draghi e della concorrenza.

    Su tutti brilla Terna che, in monopolio, gestisce la rete elettrica nazionale di alta tensione e altissima tensione.

    Poi ci sono Enel, Snam, le ex-municipalizzate che, con pochi altri, si spartiscono una torta multimiliardaria.

    Soddisfatti i ministeri, che le controllano, e le scremano per conto dello Stato, tronfi i managers, che intascano bonus immeritati, e felici anche i cinesi, ai quali, in parte,sono state vendute

    Sono state conferite ai cinesi azioni delle infrastrutture nazionali strategiche che erano state pagate con le bollette di generazioni di consumatori italiani.

    Nessuno reagisce, anche perché le operazioni restano sotto traccia

    Per i gestori dei servizi essenziali – luce, gas, acqua – le bollette sono soldi garantiti, perché l’italiano medio le paga senza fiatare.

    Magari non sa quanto paga, o quanto consuma ma con un RID in banca risolve tutto.

    Se poi con la bolletta gli fanno pagare altro, come la televisione, se ne fa una ragione:”tanto non cambia nulla”.

    Anche le PMI, chiuse durante il lock-down, dovranno pagare il doppio della bolletta di prima.

    Tutti quei soldi serviranno a mantenere un sistema, autoreferenziale, che non sa come giustificare gli utili.

    La morosità aumenta e il governo dovrebbe affrontare il problema degli oneri di sistema: 18 miliardi all’anno prelevati con le bollette.

    E invece stanzia 600 milioni di euro per Alitalia, li prende dalle bollette come aveva fatto già l’anno scorso, con risultati facilmente prevedibili.

    L’affare contatori

    Quanto ci costano i contatori di energia elettrica? Perché sono un ottimo affare per i distributori? Perché tutti i contatori di energia elettrica operanti in Italia sono fabbricati da Enel?

    Da ventiquattro anni ci stanno sostituendo i contatori di energia elettrica, un “business in progress” fuori dal comune per redditività e indotto, un’iniziativa industriale, quella di Enel in monopolio, che non ha uguali.

    I contatori sono trattati frequentemente nel blog al quale si rimanda per approfondimenti. Oggi parliamo di soldi, quelli delle bollette che, come sempre, pagano tutto.

    L’Enel di Tatò decise di leggere i contatori da remoto e sostituì trenta milioni di contatori tra il 2000 e il 2005 ( cit. Livio Gallo )

    L’investimento di quella prima fase fu di circa 2,5 miliardi di euro. Vennero eliminate le letture manuali e con loro migliaia di letturisti.

    Enel cominciò a estendere le remoto: attivazioni, distacchi per morosità, variazioni di potenza contrattuale, le fasce orarie etc.

    Ovviamente le operazioni venivano effettuate dalla società di Enel incaricata della distribuzione, che ha cambiato vari nomi negli anni, oggi edistribuzione.

    Dopo l’entrata in vigore della MID, nel 2007, Enel continua ad installare contatori elettronici di prima generazione ma finalmente omologati.

    Dal 2017 Enel sta sostituendo i contatori di prima generazione con quelli di seconda – Open Meter 2G – che comunicano più velocemente, permettono un’accurata raccolta di dati e aprono la strada a servizi energetici più sofisticati.

    In realtà nessuno sa cosa siano in grado di fare anche perché i protocolli di comunicazione li conosce solo Enel.

    Premesso che tutte le società delle ex-municipalizzate che distribuiscono energia elettrica utilizzano i contatori di Enel, i conti qui si limitano a Enel e a edistribuzione ,

    L’investimento della seconda fase vale circa 4,3 miliardi di euro.

    L’investimento complessivo è quindi di 6 /7 miliardi di euro nell’arco di circa vent’anni con questi  ritorni:

    • risparmio operativo. Eliminando le letture manuali e automatizzando gran parte della gestione, Enel ha ridotto in modo significativo i costi di struttura.
    • valore strategico dei dati e dei servizi. I contatori permettono una profilazione perfetta dell’utente, al quale fare  nuove offerte commerciali, una maggiore flessibilità tariffaria e una gestione più efficiente della rete.
    • Il sistema regolatorio. La rete elettrica è un monopolio regolato: gli investimenti fatti dal distributore vengono riconosciuti dall’Autorità (ARERA) e sono recuperati nel tempo con le bollette, con una remunerazione pre stabilita. Non è un investimento rischioso, i costi vengono trasferiti ai clienti finali, che pagano un corrispettivo che garantisce un ritorno economico garantito.

    Un investimento di 6/7 miliardi di € su una platea di 31,11 milioni di clienti telegestiti, al 31 dicembre 2024.

    Ammesso prudentemente che tutti i contatori siano al servizio di una potenza impegnata di  3kW,  il costo unitario  annuo per il trasporto e la gestione del contatore è di circa 20,28 € per la quota fissa, e di 63,87 € per quota potenza, IVA esclusa.

    Su un periodo di venti anni, ogni utente pagherebbe l’utilizzo del contatore, che comunque resta di proprietà del distributore, 1.683,00 € per un ricavo complessivo lordo di 52,3 miliardi.

    Da tale importo, oltre al costo dei contatori ( max 7 miliardi di euro senza tener conto delle vendite ai terzi ) vanno detratti gli oneri di installazione (1,2 miliardi) , quelli di manutenzione (4 miliardi), finanziari (3,5 miliardi) e costi operativi residui per 2 miliardi.

    Per un totale di 17,7 miliardi di euro.

    Il gros profit dell’operazione “contatori” può essere quindi ragionevolmente valutato in circa 35 miliardi, ad oggi.

     

     

     

     

     

    Il prezzo, nullo per i gonzi

    Il fatto che mostrino curve del PUN con ore a prezzo nullo è inutile e fuorviante

    …..e i costi di integrazione delle fonti rinnovabili.

    Vero è che le rinnovabili fanno scendere il PUN ma cosa ne viene al consumatore, quello che paga le bollette?

    Vediamo come gira la baracca prima di saltare di gioia per un PUN a zero per qualche ora in Sicilia: non il lunedì al nord ma in Sicilia il 1 maggio.

    1) Gli impianti che godono di sussidi, incentivi e prezzo fisso prestabilito con contratti per differenza con il GSE (CfD) sono sempre “protetti” dal PUN nullo. Ricevono una remunerazione prefissata, che paghiamo noi tutti con la componente ASOS delle nostre bollette.

    Bazzecole: solo una decina di miliardi di € all’anno!

    Avranno ridotto il PUN e il buco dell’ozono ma a noi consumatori non ne è venuto e non ne viene nulla.

    Parlano di contratti quartorari ma per ora sono solo chiacchiere, anche perché il TSO non parla con i DSO e i dati di consumo non vengono presi in considerazione. L’importante è buttare energia in rete tanto paghiamo noi.

    2) ma un eccesso di produzione rispetto alla previsione della domanda deve essere gestito da Terna con l’attività di dispacciamento. Oltre al fatto che Terna canna costantemente le previsioni (perché appunto non dialoga con i DSO) i produttori vengono pagati per non produrre. Questo non si vede nel PUN. Inoltre, novità, il produttore staccato per ragioni di sicurezza della rete riceve un’ indennità che paghiamo di nuovo noi tutti con le bollette.

    3) Le centrali termoelettriche, che vengono chiamate a produrre appena il sole va a dormire, sono pagate non solo con il prezzo per l’energia prodotta, ma anche per la loro disponibilità ad intervenire, più o meno rapidamente ( le nuvole le abbiamo anche noi, come la Spagna che è rimasta al buio). Questa garanzia addizionale ha un costo, che paghiamo con le bollette, e con il PUN c’entra come i cavoli a merenda.

    4) Con il gas a 44 €/MWh e laCO₂ a 75 €/tonnellata, il costo marginale di una centrale a gas, con un’efficienza del 52%, si attesta intorno a 113-114 €/MWh.

    Il picco serale, appena il fotovoltaico smette di produrre, non è quindi spiegabile dal solo costo marginale.

    Infatti i circa 50 €/MWh di differenza rappresentano quello che viene chiamato il “missing money” che le centrali a gas devono recuperare. Sono i costi fissi di ammortamento, di manutenzione e del personale che non possono essere coperti nelle ore diurne, quando il fotovoltaico le esclude dal mercato tenendo il prezzo a zero.

    In altre parole, il prezzo zero di mezzogiorno e il picco della sera non sono fenomeni separati, bensì sono le due facce della stessa moneta che tiene in piedi la baracca. Il consumatore finale paga la moneta.

    5) Gli impianti fotovoltaici che non hanno sostegni o CfD con il Gse, cioè sono puramente merchant, tendono a privilegiare la stipula di contratti PPA, vendendo cioè a lungo termine il profilo dell’energia prodotta direttamente a grandi consumatori, saltando il mercato del PUN.

    Ne consegue che i nuovi impianti fotovoltaici puramente merchant, cioè senza sostegni, senza CfD e senza PPA, sono destinati a soccombere, come sta già accadendo in Spagna. Con ciò rendendo molto più difficile il raggiungimento degli obiettivi di capacità installata che UE ci ha imposto e che noi caproni vogliamo seguire.

    6) per ovviare a tutto questo casino ecco i taumaturgici BESS. Batterie giganti in grado di accumulare energia durante la sovra-produzione giornaliera, ma lo devono fare quando possono magari col nucleare o con il gas, per poi rilasciarla di sera, abbassando il missing money degli impianti a gas e fornendo agli impianti merchant un possibile arbitraggio tra prezzo zero a mezzodì e prezzo alto all’ora dell’aperitivo.

    Sembra una figata, peccato che:

    a) Si può spostare energia da mezzogiorno alle 18-20, ma non si risolve la stagionalità, cioè l’accumulo di energia solare estiva per l’inverno. Questo significa che d’inverno i prezzi possono essere anche molto alti, se fotovoltaico ed eolico dormono. In Germania se ne sono accorti.


    b) Le batterie costano tanto, si dice. Ma il problema non è tanto il costo della batteria in sé, quanto il rapporto tra costo dell’investimento e numero delle ore di stoccaggio disponibili.
    La batteria guadagna comprando energia quando costa poco e rivendendola quando costa tanto, per qualche ora la sera.
    Poche ore al giorno quindi (2-4 ore di ciclo); con poco guadagno ci vogliono anni per recuperare il costo dell’impianto.


    Nel frattempo, più batterie entrano in servizio più il delta dei prezzi si riduce, perché tutte comprano nello stesso momento e tutte vendono nello stesso momento, riducendo i margini.

    È strano che ne vengano installati sempre di più. Forse Terna paga troppo la loro disponibilità perché le considera essenziali? O magari sono ancora soldi del PNRR?

    Comunque anche gli accumuli, esattamente come le rinnovabili merchant, faticano a reggersi sul solo mercato senza qualche forma di remunerazione garantita.

    E quella remunerazione, alla fine, sarà sempre pagata dalla bolletta, la vera leva che tiene in piedi la baracca.

    Le vacanze e gli stoccaggi

    Come funzionano gli stoccaggi in emergenza

    La situazione degli stoccaggi gas si fa complicata e le dichiarazioni del ministro Pichetto Fratin non aiutano a chiarirla. Se dobbiamo andare in vacanza un perché gli stoccaggi si riempiano il ministro non ha alcuna idea di cosa sta succedendo o gli raccontano una montagna di balle.

    Il tema va approfondito anche perché in emergenza non ci muoviamo agilmente e abbiamo dei precedenti.

    Nel febbraio del 2012 faceva un freddo cane e Paolo Scaroni, a quel tempo AD di ENI, informò il Governo Monti, che il gas sarebbe finito nel giro di un paio di giorni perché, disse, si consumavano 440 milioni di m3 al giorno, dei quali 160 prelevati dagli stoccaggi.

    Quindi le importazioni di quei giorni erano di 280 milioni di m3/g e metà del gas arrivava dalla Russia.

    Le reazioni di un governo tecnico, per di più alle prese con un emergenza, furono scomposte e devastanti per le bollette elettriche dei mesi successivi perché vennero riaccese le vetuste, e inefficienti centrali a olio combustibile e poi, sempre con i soldi delle nostre bollette, tenute pronte a funzionare fino a luglio.

    Venne tolto gas alle utenze interrompibili, con danni economici per le industrie e tutto perché, negli stoccaggi, c’era molto meno gas di quanto ci sarebbe dovuto essere.

    Massimo Mucchetti, poi Senatore della Repubblica, scrisse un pruriginoso articolo sul Corriere.

    Oggi, per l’emergenza di Hormuz, abbiamo già deciso che terremo aperte le cantrali a carbone, per non restare al buio e per importare più gas che ci servirà per restare al caldo durante i prossimi inverni.

    Per chi non l’avesse ancora capito, siamo in emergenza e l’impressione è che il ministro stia aspettando il solito stellone.

    Ma in emergenza ognuno, in Europa farà i propri interessi e prima del “si salvi chi può” sarebbe consigliabile fare bene i conti e preparare i cittadini.