ETS

come funziona il sistema del diritto a inquinare

I produttori di energia elettrica operano all’interno dell’ETS – Emissions Trading System – uno strumento adottato dall’UE per ridurre le emissioni di CO2, che impone precisi obblighi.

Un impianto di produzione di energia elettrica rientra nel campo di applicazione dell’ETS, deve innanzitutto ottenere l’autorizzazione ad emettere da parte dell’autorità competente, che in Italia è il Comitato ETS.

L’impianto deve contestualmente predisporre un piano di monitoraggio delle emissioni e presentare ogni anno un rapporto asseverato da un soggetto indipendente accreditato.

ogni anno l’impianto deve approvvigionarsi di un numero di quote di emissione (EUA) pari alle tonnellate di CO₂ emesse.

Una quota corrisponde ad una tonnellata di CO2.

I produttori di energia elettrica, a differenza di altre attività industriali che ricevono anche quote gratuite, si procurano le quote tramite aste europee o sul mercato secondario, dove le quote sono scambiate tra operatori finanziari e industriali.

Il sistema ETS si basa sul principio del “cap and trade”.

UE stabilisce un tetto massimo complessivo alle emissioni (cap), che viene progressivamente ridotto per incentivare la decarbonizzazione.

All’interno di questo limite, le quote possono essere liberamente scambiate (trade).

Il sistema crea un vero e proprio mercato della CO₂, in cui il prezzo delle quote è determinato da domanda e offerta.

Il prezzo della CO₂ (EUA) è assimilabile ad una commodity finanziaria: se la domanda di quote aumenta, perché cresce la produzione elettrica da fonti fossili o perché le politiche climatiche diventano più stringenti, il prezzo sale. Se, al contrario, la domanda diminuisce, ad esempio per una maggior diffusione delle energie rinnovabili o per una riduzione dell’attività economica, il prezzo scende.

essendo una commidity alimenta le aspettative degli operatori e degli investitori finanziari, che partecipano al mercato ETS, e quindi un fiorire di prodotti derivati.

Inoltre, strumenti come la “Market Stability Reserve” (MSR) permettono all’UE di regolare l’offerta di quote, ritirandole o reimmettendole nel mercato, per evitare eccessiva volatilità o prezzi troppo bassi.

Per i produttori di energia elettrica, il prezzo della CO₂ rappresenta quindi un costo variabile diretto: più emetto e più devo acquistare.

Il costo si riflette così sul prezzo finale all’ingrosso dell’energia elettrica, il famoso PUN.

Quindi i produttori devono monitorare e dichiarare le proprie emissioni, acquistare le quote necessarie e restituirle ogni anno, operando all’interno di un mercato in cui il prezzo della CO₂ diventa un segnale economico cruciale per guidare la transizione energetica.

Nel sistema EU ETS (Emissions Trading System), il prezzo delle quote di CO₂ le cosiddette EUA (European Union Allowances) è unico a livello europeo e quindi anche per l’Italia.

La sua evoluzione è stata tutt’altro che stabile riflettendo in modo diretto sia le dinamiche economiche sia le scelte di politica climatica dell’Unione Europea.

Nella fase iniziale, fino al 2012, il prezzo della CO₂ si collocava tra i 10 e i 25€/ton.

Dopo la crisi del 2008 infatti la domanda di energia, e quindi di quote di emissione, diminuì sensibilmente, contribuendo a un progressivo calo dei prezzi.

La situazione peggiorò ulteriormente tra il 2013 e il 2017, quando il sistema ETS entrò in una fase di forte debolezza e il prezzo delle quote scese fino a 4/8 €/ton. La causa principale fu un eccesso di quote disponibili sul mercato che ridusse drasticamente l’efficacia del sistema come strumento di incentivo alla riduzione delle emissioni.

In pratica, emettere CO₂ costava troppo poco per influenzare realmente le decisioni industriali.

In definitiva, nel 2026 il sistema ETS non è più un elemento accessorio, ma un vero e proprio driver economico centrale. Il prezzo della CO₂, stabilizzato su livelli elevati, influenza direttamente la competitività delle diverse tecnologie di generazione e contribuisce in modo decisivo alla formazione del prezzo dell’energia elettrica, rendendo la decarbonizzazione non solo un obiettivo ambientale, ma anche unanecessità economica.

A partire dal 2018 le cose cambiano: UE introduce importanti modifiche al sistema ETS, tra cui la Market Stability Reserve (MSR), uno strumento pensato per ridurre l’eccesso di quote e stabilizzare il mercato.

Di conseguenza, il prezzo della CO₂ inizia a crescere in modo costante, raggiungendo valori intorno ai 20–25 euro tra il 2018 e il 2020.

Tra il 2021 e il 2023, il prezzo delle quote è esploso, passando da circa 50 euro per superare anche gli 80–90 euro per tonnellata.

L’incremento è stato determinato da politiche climatiche più ambiziose a livello europeo (come il pacchetto “Fit for 55”), da una riduzione del numero di quote disponibili e da un aumento della domanda di energia elettrica, legata alla ripresa economica post-pandemia.

Il prezzo della CO₂ è diventato così un elemento centrale dei costi di produzione, soprattutto per il settore elettrico.

Negli anni più recenti, tra il 2024 e il 2026, il prezzo ha mostrato una certa volatilità, ma si è mantenuto su livelli comunque elevati rispetto al passato, generalmente tra i 65 e i 75 euro per tonnellata.

La stabilizzazione su questi valori indica che il sistema ETS è ormai entrato in una fase matura e il prezzo della CO₂ rappresenta un indice economico forte e strutturale.

L’evoluzione del prezzo ETS può essere quindi letta come il passaggio da una fase iniziale, relativamente stabile, a una di crisi, caratterizzata da prezzi troppo bassi per essere efficaci, e infine ad una fase di rafforzamento in cui il sistema ha iniziato a incidere concretamente sulle scelte degli operatori.

Per i produttori di energia elettrica, la trasformazione ha avuto implicazioni molto rilevanti.

Se in passato il costo della CO₂ era marginale e spesso trascurabile, oggi rappresenta una componente fondamentale del costo variabile di produzione, e in particolare per gli impianti alimentati da fonti fossili.

Il costo si riflette sul prezzo finale dell’energia elettrica, contribuendo a spiegare parte dell’aumento dei prezzi osservato negli ultimi anni.

Il prezzo delle quote ETS non è più solo un indicatore di situazione ambientale, ma è diventato un vero e proprio strumento economico che guida la transizione energetica, influenzando investimenti, strategie industriali e il funzionamento dei mercati dell’energia.

Venendo ad oggi, il prezzo delle quote si colloca mediamente intorno ai 70–75 €/tCO₂. Un livello di prezzo, ormai strutturalmente elevato.

La produzione di energia elettrica con il gas naturale è moderni impianti a ciclo combinato, genera circa 0,35–0,40 tonnellate di CO₂ per MWh prodotto. Per ogni MWh prodotto occorre circa 0,37 di una quota.

A 70–75 €/t, il costo della quota si colloca intorno ai 25–30 €/MWh.

Per il petrolio le emissioni sono generalmente comprese tra 0,70 e 0,80 tCO₂ per MWh e il fabbisogno di quote ETS è circa doppio rispetto al gas, nell’ordine dei 50–55 €/MWh.

Il livello di costo spiega perché il petrolio sia ormai marginale nella generazione elettrica europea, utilizzato quasi esclusivamente in contesti isolati o come riserva.

Ancora più marcato è il caso del carbone, il combustibile più “emissivo” tra quelli tradizionali. Le emissioni raggiungono 0,85–1,00 tCO₂ per MWh, un fabbisogno quasi unitario di quote ETS per ogni MWh prodotto.

Con i prezzi attuali, il costo della CO₂ per il carbone si colloca tra 60 e 70 €/MWh, fortemente penalizzato dal punto di vista economico.

Il confronto tra le diverse tecnologie evidenzia chiaramente il ruolo del sistema ETS come strumento di politica energetica: il gas naturale, pur essendo una fonte fossile, risulta significativamente meno penalizzato rispetto a petrolio e carbone.

Il differenziale di costo riflette l’obiettivo europeo di incentivare la transizione verso fonti meno emissive e, in prospettiva, verso le energie rinnovabili.

Un aspetto particolarmente rilevante è che il costo della CO₂ entra direttamente nel costo marginale di produzione degli impianti.

Nel mercato elettrico europeo, dove il prezzo dell’energia è spesso determinato dall’impianto marginale (frequentemente a gas), anche variazioni relativamente contenute del prezzo ETS possono avere effetti significativi sul prezzo finale dell’energia elettrica.

Rispetto a dieci anni fa, oggi il costo può rappresentare una quota anche superiore al costo del combustibile stesso.

Inoltre il sistema ETS non si limita a imporre un costo delle emissioni di CO₂, ma genera notevoli flussi finanziari.

La maggior parte dei ricavi viene incassata dagli stati membri.

Le aste delle quote sono organizzate a livello europeo, ma i proventi sono distribuiti ai singoli paesi in base a criteri stabiliti dalla normativa.

Un operatore italiano acquista quote di emissione e una parte significativa del pagamento confluisce nelle casse dello Stato italiano. È ciò rappresenta una delle principali fonti di entrata pubblica legata alle politiche climatiche.

Accanto a questa componente nazionale esiste anche una quota, più limitata, gestita direttamente a livello europeo e destinata a fondi specifici, come l’Innovation Fund e il Modernisation Fund, che finanziano nuove tecnologie a basse emissioni e supportano la transizione energetica, in particolare nei paesi con maggiori difficoltà.

Anche in questo caso le quote vengono vendute, ma i ricavi sono centralizzati e reinvestiti in progetti europei.

È importante distinguere queste entrate pubbliche dal mercato secondario delle quote.

Quando le quote ETS vengono scambiate tra operatori (ad esempio tra aziende o tramite intermediari finanziari), il denaro circola tra soggetti privati e non genera direttamente entrate per lo Stato.

I ricavi pubblici derivano infatti principalmente dalla vendita iniziale delle quote tramite aste.

Dal punto di vista normativo, l’Unione Europea prevede che almeno il 50% dei proventi delle aste venga destinato a politiche climatiche ed energetiche: sviluppo delle rinnovabili, efficienza energetica, innovazione tecnologica o misure di sostegno per famiglie e imprese.

L’allocazione delle risorse dipende tuttavia dalle scelte dei singoli governi, e ciò rappresenta uno degli aspetti più discussi del sistema.

In Italia, i ricavi derivanti dall’ETS sono cresciuti in modo significativo nel corso degli anni, passando dai 2 miliardi all’anno della prima fase, fino al 2017, ai 3 miliardi del 2019.

Il vero salto si è però verificato negli anni più recenti: tra il 2021 e il 2023, con prezzi saliti fino a 7 miliardi di euro all’anno e nel periodo più recente le entrate si mantengono tra 4 e 6 miliardi di euro annui.

Questa dinamica evidenzia un aspetto cruciale del sistema ETS: all’aumentare del prezzo della CO₂, cresce contemporaneamente sia il costo per le imprese e i consumatori, sia il gettito per lo Stato.

Si crea quindi un equilibrio delicato tra obiettivi ambientali, sostenibilità economica e gestione delle risorse pubbliche e gli interrogativi riguardano equità, redistribuzione e utilizzo efficace delle risorse raccolte.

Un primo elemento di criticità riguarda la trasmissione del costo della CO₂ ai prezzi dell’energia elettrica. Poiché nel mercato elettrico europeo il prezzo si forma sul costo marginale (spesso determinato da impianti a gas), il costo delle quote ETS viene trasferito quasi interamente sul prezzo finale dell’elettricità.

Questo significa che anche tecnologie che non emettono CO₂, come rinnovabili o nucleare, beneficiano indirettamente di prezzi più alti (“windfall profits”), mentre consumatori e imprese subiscono aumenti generalizzati dei costi energetici.

In altre parole, il sistema è efficiente dal punto di vista ambientale, ma può risultare regressivo dal punto di vista economico.

Una seconda criticità è legata alla volatilità del prezzo della CO₂. Il prezzo delle quote ETS non è amministrato, ma determinato dal mercato: risente quindi di fattori economici (crescita, crisi), energetici (prezzo del gas), climatici (inverni più o meno freddi) e anche finanziari.

Questa volatilità rende più difficile pianificare investimenti di lungo periodo, soprattutto per operatori industriali che necessitano di stabilità dei costi.

Un tema molto rilevante è quello della competitività industriale e del rischio di “carbon leakage”.

Le imprese europee soggette all’ETS possono trovarsi svantaggiate rispetto a concorrenti extra-UE che operano in paesi con regolamentazioni ambientali meno stringenti.

Questo può portare a delocalizzazioni della produzione, con il paradosso di spostare le emissioni altrove senza ridurle globalmente.

Strumenti come il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) sono stati introdotti proprio per mitigare questo rischio, ma sono ancora in fase di implementazione e non coprono tutti i settori.

Un’altra criticità riguarda la dipendenza dal gas nel breve periodo.

Il sistema ETS penalizza fortemente carbone e petrolio, favorendo il gas naturale come fonte “di transizione”. Tuttavia, questo crea una certa dipendenza dal gas stesso, con implicazioni geopolitiche e di sicurezza energetica, come emerso chiaramente durante la crisi energetica europea del 2022 e si sta ripetendo ora con la “sparizione”del Qatar come produttore.

In questo senso, l’ETS da solo non garantisce automaticamente una transizione rapida verso le rinnovabili.

C’è poi il tema della distribuzione dei costi e dei benefici.

I proventi delle aste ETS vanno agli Stati membri, che dovrebbero utilizzarli per politiche climatiche o per compensare i consumatori.

Tuttavia, l’efficacia di questa redistribuzione dipende dalle scelte politiche nazionali, e non sempre è percepita come equa dai cittadini o dalle imprese.

Infine, alcuni osservatori sottolineano il ruolo crescente degli operatori finanziari nel mercato ETS.

La partecipazione di fondi e investitori può aumentare la liquidità del mercato, ma anche contribuire a dinamiche speculative e a una maggiore volatilità dei prezzi, alimentando il dibattito su quanto il prezzo della CO₂ rifletta realmente i fondamentali fisici delle emissioni.

In sintesi, il sistema ETS è uno strumento potente e centrale per la decarbonizzazione, ma introduce tensioni tra obiettivi ambientali, stabilità economica e equità sociale.

La sfida oggi non è tanto se utilizzare l’ETS, quanto come affiancarlo a politiche complementari per gestirne gli effetti collaterali.

Cosa è costato ai consumatori e cosa ha incassato lo Stato italiano?

Per comprendere pienamente l’impatto del sistema ETS in Italia, è necessario andare oltre i soli meccanismi tecnici e analizzare i flussi economici complessivi che esso ha generato nel tempo.

In particolare, è utile confrontare due grandezze: da un lato quanto il sistema è costato ai consumatori italiani, e dall’altro quanto è effettivamente entrato nelle casse dello Stato attraverso le aste delle quote di emissione.

Il costo per i consumatori non si manifesta in modo diretto, come una tassa esplicita, ma si trasferisce attraverso il prezzo dell’energia elettrica.

Si può stimare che i consumatori italiani — tra famiglie e imprese — abbiano sostenuto un costo totale legato al sistema ETS compreso tra circa 95 e 140 miliardi di euro.

Di contro, i ricavi dello Stato italiano possono essere stimati tra circa 40 e 55 miliardi di euro.

Il confronto dei numeri mette in evidenza un aspetto cruciale del sistema ETS: il costo sostenuto dai consumatori è significativamente superiore ai ricavi diretti per lo Stato. Questo succede perché il prezzo della CO₂ non incide solo sulle emissioni effettive, ma influenza l’intero mercato elettrico, amplificando il suo impatto economico.

Per comprendere meglio la distribuzione di questo costo, è utile distinguere tra le diverse categorie di consumatori.

Una parte rilevante dell’onere ricade sulle imprese industriali energivore, che sono esposte sia direttamente — perché acquistano quote ETS per i propri processi produttivi — sia indirettamente, attraverso il prezzo dell’energia.

Queste imprese, tuttavia, in alcuni casi beneficiano di meccanismi di compensazione per mitigare il rischio di perdita di competitività internazionale.

Le famiglie, invece, subiscono l’impatto principalmente attraverso l’aumento delle bollette elettriche. Pur rappresentando una quota inferiore dei consumi complessivi rispetto all’industria, l’effetto è spesso più sensibile dal punto di vista sociale, poiché incide direttamente sul potere d’acquisto.

Infine, le piccole e medie imprese (PMI) rappresentano una categoria particolarmente esposta: a differenza delle grandi industrie, hanno minore accesso a strumenti di compensazione, ma allo stesso tempo sono fortemente dipendenti dal costo dell’energia.

Questo le rende particolarmente vulnerabili agli aumenti dei prezzi legati al sistema ETS.

In definitiva, il sistema ETS si configura non solo come uno strumento “”, ma anche come un meccanismo economico complesso, che genera una redistribuzione significativa di risorse all’interno del sistema paese.

Se da un lato esso incentiva la riduzione delle emissioni e finanzia la transizione energetica, dall’altro solleva questioni rilevanti in termini di equità, competitività e gestione delle risorse pubbliche.

La sfida principale non è tanto il sistema in sé, quanto la capacità di governarne gli effetti, redistribuendo in modo efficace i costi e i benefici tra i diversi attori economici.

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Autore: edoardobeltrame

“Ho scoperto il modo di ingannare i diplomatici. Io dico la verità, e loro non mi credono mai.” (C.B.C)

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