Reti strategiche:il caso Terna

La questione Terna non riguarda soltanto i bilanci di una grande utility, ma il modo in cui l’Italia decide chi può sedersi, direttamente o indirettamente, attorno al tavolo delle sue infrastrutture essenziali.

Terna Energy Solutions S.r.l. (TES), la società del Gruppo Terna dedicata alle attività non regolate, è il punto da cui partire per capire quanto sia cambiata la natura del gruppo: non più solo gestore della rete nazionale di trasmissione elettrica, ma anche operatore industriale in settori collegati alla transizione energetica.

Il dato economico rende il tema impossibile da liquidare come marginale: nel 2025 Terna ha registrato ricavi pari a 4.033 milioni di euro e le attività non regolate hanno contribuito per oltre 750 milioni, segno che questo perimetro è ormai parte significativa della traiettoria industriale del gruppo.

È qui che la discussione diventa politica nel senso più alto del termine: quando un soggetto che presidia la rete elettrica nazionale espande il proprio campo d’azione verso rinnovabili, accumuli, cavi, trasformatori e connettività, la governance non è più un dettaglio societario, ma una componente della sicurezza nazionale.

CDP Reti conferma la delicatezza del quadro: il veicolo gestisce partecipazioni in Terna, Snam e Italgas, con Cassa Depositi e Prestiti al 59,1%, State Grid Europe Limited al 35% e investitori istituzionali italiani e stranieri per la quota restante.

Questa struttura non equivale automaticamente a un controllo cinese sulle reti italiane, e sarebbe scorretto sostenerlo; ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare che la presenza di un investitore riconducibile a State Grid Corporation of China in una holding di infrastrutture energetiche strategiche pone un problema di autonomia, trasparenza e percezione internazionale.

La domanda, allora, non è se il mercato debba entrare nelle infrastrutture strategiche; la domanda è fino a che punto lo Stato possa affidarsi a patti societari, clausole di governance e rassicurazioni formali quando in gioco ci sono reti elettriche, gas, dati, capacità di accumulo e filiere tecnologiche.

La privatizzazione e la quotazione hanno portato capitali, disciplina finanziaria e capacità di investimento; ma hanno anche reso più opaco il confine tra interesse pubblico e remunerazione degli azionisti, soprattutto quando gli azionisti hanno profili geopolitici non neutri.

TES rende questa ambiguità ancora più evidente: attraverso Altenia opera su fotovoltaico, accumuli, sottostazioni ed efficienza energetica; tramite Tamini e Brugg presidia trasformatori e cavi terrestri; nel segmento connectivity valorizza infrastrutture in fibra ottica lungo le linee ad alta tensione.

Sono attività coerenti con la transizione energetica, ma proprio per questo non possono essere trattate come un normale portafoglio commerciale: chi controlla tecnologie, forniture e reti abilita o condiziona la resilienza del Paese nei prossimi decenni.

Per questo servono dati più chiari sulla catena di fornitura, sulla provenienza delle componenti critiche, sui rapporti contrattuali e sui diritti effettivi degli azionisti: senza queste informazioni, il dibattito resta sospeso tra allarmismo e rassicurazione burocratica.

L’operazione del 2014, con l’ingresso di State Grid Europe Limited in CDP Reti, andrebbe riletta oggi alla luce di un contesto radicalmente diverso: guerre commerciali, dipendenze tecnologiche, sicurezza energetica e competizione tra blocchi hanno trasformato ciò che allora poteva apparire come finanza infrastrutturale in una questione strategica.

Il punto non è rimettere in discussione ogni apertura al capitale estero, ma pretendere che su infrastrutture essenziali lo Stato non si limiti a possedere quote: deve esercitare una regia chiara, verificabile e credibile anche agli occhi dei partner europei.

La vicenda mostra un rischio più ampio: mentre l’Italia parla di sovranità industriale, una parte delle sue infrastrutture più sensibili resta inserita in architetture societarie nate in un’altra stagione geopolitica e forse non più adeguate alla realtà attuale.

La conclusione è semplice: Terna e TES sono troppo centrali per essere discusse soltanto nei capitoli dei bilanci; meritano un confronto pubblico su governance, filiere e sicurezza nazionale, prima che le scelte industriali diventino vincoli politici irreversibili.

Avatar di Sconosciuto

Autore: edoardobeltrame

“Ho scoperto il modo di ingannare i diplomatici. Io dico la verità, e loro non mi credono mai.” (C.B.C)

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.