Il tetto a 180

Quando il “sacrificio” delle rinnovabili è un affare d’oro.

Il PUN si ormai è stabilizzato sopra i 200 €/MWh e salirà ancora, perché il prezzo del gas non potrà che aumentare con l’inverno alle porte.

Quando, nel 2022, il Regolamento UE 2022/1854 introdusse il tetto ai ricavi di mercato a 180 euro per megawattora (MWh) per le fonti rinnovabili, le grandi promesse della finanza verde gridarono al disastro.

Se ne parlò per qualche mese come di una misura punitiva,un freno alla transizione ecologica, un vero esproprio di stato, poi più nulla.

Ma facciamo due conti semplici, che Arera e i cassieri del “sistema” evitano accuratamente di mostrare nei loro grafici illusori.

Fissare un limite a 180 €/MWh per chi produceva energia dal sole, dal vento o dall’acqua non era affatto un sacrificio ma la benedizione ad un margine di profitto spropositato.

Vediamo perché:

1. I costi reali di produzione
Un impianto fotovoltaico o eolico commerciale ha un costo industriale di generazione (LCOE) che oscilla mediamente tra i 40 e i 70 euro/MWh. Permettere a questi impianti di vendere l’energia a 180 euro significa garantire loro un margine lordo superiore al 150-200%. Altro che punizione.

2. Il confronto con la normalità
Prima che la speculazione sul TTF e la crisi geopolitica del 2022 mandassero i mercati nel panico, il prezzo medio dell’energia elettrica in Italia (il PUN) era stabilmente intorno ai 50-60 euro/MWh. Il regolamento d’emergenza europeo stabiliva che incassare il triplo, rispetto ad un normale anno pre-crisi sarebbe stato il “minimo sindacale” per non spaventare gli investitori.

Ma il vero capolavoro del sistema elettrico italiano resta il meccanismo del prezzo marginale, che sembra intoccabile.

Come ormai tutti sanno, l’energia elettrica in borsa viene pagata a tutti i produttori al prezzo dell’ultima fonte necessaria a coprire la domanda, che in Italia è quasi sempre una centrale a gas.

Quando nell’estate del 2022 il PUN toccò la media folle di 543 euro/MWh, chi produceva energia rinnovabile, con costi a 50 euro veniva pagato 543 euro.

Un regalo asimmetrico che ha generato miliardi di extra-profitti.

Il tetto a 180 euro smussava semplicemente i picchi più assurdi e speculativi pagati alla cassa dai consumatori.

Lo Stato ha incassato l’eccedenza tramite il GSE per finanziare i bonus in bolletta, ma ha lasciato intatto il banchetto sottostante.

Bruxelles e i governi continuano a ripetere il mantra: “più si installa potenza rinnovabile e più la bolletta cala”.

La realtà, dopo vent’anni di borsa elettrica e oltre 200 miliardi sborsati dai cittadini, dimostra il contrario.

Le rinnovabili sono una risorsa, ma finché resteranno agganciate al prezzo marginale del gas serviranno solo a rimpinguare le tasche dei produttori e dei fondi d’investimento esteri, liberi di fare utili spaziali.

La soluzione strutturale non sono i tetti temporanei all’emergenza. Bisogna disaccoppiare i prezzi e passare a un sistema pay-as-bid (pagare ogni fonte in base alla sua offerta reale), come la Spagna ha già dimostrato di saper fare sfruttando le pieghe dei regolamenti europei.

Finché l’arbitro (il Governo) rimarrà il principale beneficiario di questa convergenza di interessi — tra dividendi delle partecipate e gettito IVA — la bolletta italiana resterà la più cara d’Europa. E il sole, purtroppo, continuerà a fare ombra sui portafogli dei cittadini.

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Autore: edoardobeltrame

“Ho scoperto il modo di ingannare i diplomatici. Io dico la verità, e loro non mi credono mai.” (C.B.C)

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