La nuova preghiera dei concessionari. Nel 2015, il Papa considerava l’acqua un bene comune universale e un diritto umano fondamentale, indispensabile per la vita e la dignità della persona. L’Europa la considera un bene primario
C’è chi ha il petrolio, chi il gas o le materie prime, noi avremmo l’acqua, il doppio di quella che viene mandata nei tubi che, stupidamente sprechiamo.
Anzi la spreca quello che, in concessione, la distribuisce, e non ripara i tubi perché cercare le perdite costa.
L’acqua serve a irrigare i campi, in concessione, dopo essere transitata da una turbina che l’ha utilizzata per produrre energia, sempre in concessione.
Per immagazzinare l’acqua ecco le dighe, anch’esse in concessione.
Quindi possiamo concludere che l’acqua italiana, quella di San Francesco, non è assolutamente un bene pubblico perché il diritto di sfruttarla è stato “concesso”.
Le concessioni, come gli incentivi, sono il pilastro del paese.
Ogni estate si parla di acqua, quando non c’è, e ogni autunno la si dimentica. La soluzione sarebbe quella di farla pagare dieci volte di più, ma non si può!
Le concessioni, più o meno ogni mezzo secolo, scadono e a breve il governo dovrà decidere sulle idroelettriche cioè dighe, condotte e centrali e sul diritto di utilizzare l’acqua dei fiumi e dei bacini montani.
Se per decenni si concede a un operatore di utilizzare una risorsa, che pensavamo appartenesse alla collettività, perché stare a discutere se la contropartita è equa?
Perché produrre energia è diventata un’attività scandalosamente redditizia e se riesco a vendere l’energia che produco con l’acqua, come se fosse fatta col gas, bingo!
Ma il valore del diritto ri-concesso deve essere opportunamente valutato per evitare che il beneficio addizionale non finisca nelle tasche di quelli che ci mandano la bolletta ogni mese, quelli del bingo.
Nel 2025 l’acqua ha prodotto circa 44 TWh, contro i 55 nel 2024, anno molto più piovoso. Equivale, più o meno, a quello che importiamo ogni anno anno dalla Francia. Il grosso della potenza installata si concentra ovviamente al nord dove supera l’80%.
Una parte degli impianti idroelettrici è molto datata: alcune centrali erano in esercizio prima del 1962, quando tutto passò all’Enel, dove è rimasto, e quando la potenza installata era la metà di oggi.
Comunque c’è un patrimonio industriale che produce ricchezza da più di sessant’anni; ad oggi 50 TWh valgono dai 5 ai 10 miliardi di euro all’anno, l’indotto il doppio, dipende dal prezzo.
Prima di concedere nuovi diritti di sfruttamento sarebbe doveroso ricostruire quanto di quel patrimonio sia stato ammortizzato e quanta parte degli ammodernamenti successivi sia stata incentivata con le bollette.
Già perché le bollette erano sempre lì, pronte ad aiutare.
Gli impianti sono diversi, sono passati di proprietà e richiedono spese continue.
Ma se una diga, o una centrale, hanno già remunerato il capitale originario, il loro valore economico oggi non può essere trattato come quello di un’opera da costruire da zero.
Inoltre, in passato, rifacimenti e potenziamenti (stimabili nell’ordine di un altro 20%) hanno potuto accedere ai certificati verdi.
Erano incentivi alle fonti rinnovabili il cui costo è già stato pagato dai consumatori.
Il GSE dirà, impianto per impianto, quanto denaro pubblico sia stato complessivamente riconosciuto per rifacimenti, potenziamenti e riattivazioni, distinguendolo dagli incentivi.
Questo permetterà di quantificare il valore delle incentivazioni pregresse prima di discutere le nuove concessioni.
Il cittadino, consumatore o meno, ha diritto di sapere se, e in quale misura, ha già contribuito a remunerare parte degli interventi che oggi vengono richiamati per giustificare un nuovo lungo periodo di sfruttamento della risorsa.
Certo perché il bingo è sempre lo stesso: non solo mi estendi la concessione ma mi dai anche i soldi per sistemare il fondo del lago o cambiare la turbina. I soldi ovviamente finiscono negli oneri generali di sistema delle bollette e il cerchio si chiude.
Siccome numerose concessioni idroelettriche sono scadute o sono prossime alla scadenza la strada ordinaria prevede procedure di assegnazione competitive, ma il Governo sta esaminando una soluzione alternativa che consentirebbe alle Regioni di riassegnare le concessioni agli operatori uscenti a condizioni,appunto, da capire.
L’impresa che attualmente gestisce l’impianto presenta un programma di investimenti per aggiornarlo, migliorarne la sicurezza e, dove possibile, aumentarne la produzione.
In cambio ottiene, senza gara, un nuovo periodo di gestione.
Ma il ministro Gilberto Pichetto Fratin, in uno slancio creativo, pensa alla “idro release”: chi ottiene la concessione dovrebbe mettere a disposizione parte dell’energia elettrica prodotta a condizioni economiche più favorevoli di quelle ordinarie.
Ovvia, come sempre, la possibilità di aiuti pubblici per sostenere gli investimenti, pagati dai soliti, sì quelli delle bollette!
A chi andrebbe tutta questa energia?
Alle comunità montane o alle regioni che hanno le dighe?
Ma neppure per idea, ai grandi consumatori industriali magari con contratti per differenza: rispetto a un prezzo di riferimento, il produttore restituisce parte degli incassi quando i prezzi di mercato sono più alti e riceve una compensazione quando sono più bassi.
In cambio di quanti anni di sfruttamento dell’acqua pubblica – che pubblica non è – di quali eventuali sostegni agli investimenti e di quali rinunce alla concorrenza si otterrebbe esattamente l’energia scontata?
Viste le somme in gioco non è sufficiente ottenere dal potenziale concessionario una generica promessa di investimenti ma bisogna confrontare il valore del diritto attribuito con il valore effettivo di tutto ciò che dovrebbe tornare – perché – alla collettività.
E le ipotesi di durata della concessione? Fino a 70 anni?
Il diritto di sfruttamento esteso per decenni potrebbe essere compensato con un premio fisso ai territori o con una quota di energia a condizioni agevolate.
Ma quel premio conserverà davvero il suo valore nel tempo?
Una quota di energia a prezzo calmierato, a sua volta, può essere un vantaggio reale soltanto se sono chiari il volume, la durata, il prezzo di riferimento, le condizioni di consegna e i destinatari. Uno sconto annunciato oggi non equivale automaticamente a un beneficio stabile per decenni.
Il pericolo è evidente: attribuire un diritto duraturo e di grande valore economico in cambio di una compensazione che potrebbe indebolirsi progressivamente.
Il concessionario conserverebbe la possibilità di valorizzare la produzione alle condizioni future del mercato, mentre il territorio riceverebbe un importo che non cresce con il costo della vita. Sarebbe uno scambio difficile da difendere.
I territori montani non sono semplicemente il luogo in cui si trovano gli impianti ma mettono a disposizione acqua, paesaggio, bacini e infrastrutture; convivono con vincoli ambientali e idrici e con le responsabilità della sicurezza delle opere.
È giusto pretendere investimenti e manutenzione. Ma la manutenzione necessaria per esercire in sicurezza una diga non può essere presentata, da sola, come un dono del concessionario alla comunità. È anzitutto parte degli obblighi di una gestione responsabile.
Per le Regioni e i Comuni interessati servono quindi benefici aggiuntivi, misurabili e duraturi: canoni e compensazioni adeguati, eventuali quote di energia a condizioni favorevoli, tutela ambientale e impegni controllabili. E, soprattutto, meccanismi che impediscano alle compensazioni monetarie di perdere valore reale nel tempo.
Un accordo che riconoscesse vantaggi soltanto a una ristretta platea di grandi consumatori industriali non risponderebbe automaticamente alle esigenze delle famiglie, dei piccoli esercizi commerciali e delle altre attività produttive.
Se la risorsa è pubblica – ma più lo scrivo e meno ne sono convinto – la sua valorizzazione deve tenere conto anche del consumo diffuso. Non significa promettere energia elettrica gratuita o ignorare i costi del sistema: significa definire in anticipo chi riceverà il beneficio, per quale quantità e con quale effetto verificabile sulla bolletta.
Prima di decidere il Governo dovrebbe rendere accessibili i dati essenziali per ogni grande concessione in scadenza: dalla produzione storica agli incentivi ricevuti, dagli obblighi ambientali ai benefici attesi dai territori.
Dovrebbe poi pubblicare la valutazione economica dell’intera durata proposta, confrontando il valore attuale dei ricavi e degli impegni del concessionario con il valore attuale delle compensazioni pubbliche. Le somme fisse dovrebbero prevedere adeguamenti periodici; le quote di energia agevolata dovrebbero essere definite in modo verificabile; gli investimenti promessi dovrebbero avere tempi, controlli e conseguenze in caso di mancata realizzazione.
Soprattutto, non si dovrebbero confondere gli obblighi di manutenzione con gli investimenti industriali aggiunti e il prezzo che l’operatore paga per utilizzare l’acqua .
L’idroelettrico italiano è un patrimonio straordinario. Lo è per l’energia che produce e per la possibilità di contribuire alla flessibilità della rete e, proprio per questo, non dovrebbe diventare oggetto di una trattativa escludendo i consumatori.
Molte opere hanno alle spalle decenni di esercizio; alcuni interventi sono stati sostenuti con incentivi finanziati dalle bollette; oggi si discute di nuovi diritti di sfruttamento che potrebbero durare per generazioni. In una situazione del genere, la prudenza non è un ostacolo agli investimenti: è una tutela del patrimonio comune!
Quindi quanto valore economico sarà attribuito ai concessionari e quanto, in termini reali e verificabili, tornerà ai territori e alla generalità dei consumatori?
Se non sarà possibile rispondere con numeri chiari, la riforma rischierà di essere, come sempre, un grande affare per pochi e un’occasione perduta per tutti gli altri.