Il tetto al prezzo del gas

  1. Il meccanismo proposto potrebbe incentivare una maggiore produzione elettrica da gas in Italia. Quali conseguenze potrebbe avere questo aumento della domanda sul prezzo del gas italiano (PSV), sul differenziale rispetto al TTF e, in ultima analisi, sugli stessi benefici attesi dal tetto?

Per quanto ho capito, il meccanismo agirebbe sul prezzo del combustibile nella formulazione delle offerte di energia elettrica sul mercato, con successiva compensazione ai produttori.

 E quindi potrebbe determinare un aumento della produzione termoelettrica, qualora il prezzo, artificialmente ridotto, ne aumentasse la convenienza.

 Una maggiore domanda di gas esercita pressioni sul PSV e amplia il differenziale con il TTF, in funzione delle condizioni di approvvigionamento, della disponibilità di gas e della capacità delle infrastrutture di trasporto e importazione.

Si rischierebbe così di aumentare proprio il costo del combustibile che il provvedimento intende ridimensionare, con il sistema delle compensazioni.

Con il rischio, quindi, che parte del beneficio venga trasferita all’estero, attraverso maggiori esportazioni di energia, mentre il costo delle compensazioni resta a carico del sistema italiano.

Attenzione quindi a controllare le interconnessioni con i paesi confinanti per evitare che una misura, nata per sostenere i consumatori italiani, produca vantaggi economici per turbogas e cicli combinati.

 Il provvedimento andrebbe valutato considerando l’intero equilibrio economico del sistema, non soltanto il risultato immediato sul mercato elettrico, compensazioni comprese.  

  • Il tetto dovrebbe ridurre il prezzo dell’elettricità all’ingrosso, ma prevede anche compensazioni economiche per le centrali a gas. Attraverso quali meccanismi il beneficio potrebbe effettivamente trasferirsi alle bollette di famiglie e imprese? In quali circostanze potrebbe invece risultare modesto o persino annullarsi?

La riduzione del prezzo all’ingrosso può trasferirsi direttamente ai contratti indicizzati al PUN, mentre per i contratti a prezzo fisso il beneficio non sarebbe così immediato.

Ma chi paga le compensazioni riconosciute alle centrali termoelettriche?

Se la riduzione venisse finanziata con nuove componenti tariffarie, bisognerebbe tenerne conto e sottrarle dal risparmio lordo.  Diversamente si rischia di presentare come riduzione della bolletta soltanto uno spostamento di costi da una voce all’altra.

Qualora le compensazioni fossero sostenute dalla fiscalità generale, sarebbe comunque necessario considerarne il costo complessivo per la collettività, distinguendolo dal beneficio per gli utenti elettrici.

Va inoltre considerato che la riduzione del prezzo marginale si estende, nelle ore interessate, anche alle produzioni inframarginali, comprese quelle rinnovabili e idroelettriche che vendono energia sul mercato senza essere integralmente coperte da contratti o meccanismi di remunerazione predeterminati.

Si possono quindi ridurre i ricavi che i produttori avrebbero altrimenti conseguito, modificando la distribuzione economica dei benefici tra le diverse tecnologie di generazione.

È quindi indispensabile conoscere anche gli effetti sui meccanismi di incentivazione e sulle eventuali partite economiche gestite dal GSE, poiché la diminuzione dei prezzi di mercato può determinare, a seconda dei regimi applicabili, variazioni dei costi o dei ricavi connessi al sostegno delle fonti rinnovabili.

Il beneficio effettivo per famiglie e imprese deve pertanto essere misurato al netto delle compensazioni, degli eventuali maggiori costi di approvvigionamento e degli altri effetti economici indotti.

Occorre infine evitare che il prezzo artificialmente ridotto dell’energia elettrica prodotta con il gas costituisca un incentivo permanente a un maggiore impiego del combustibile fossile, rallentando gli investimenti nelle tecnologie capaci di ridurne strutturalmente il consumo.

Il vero obiettivo non dovrebbe essere soltanto abbassare temporaneamente il prezzo dell’energia elettrica, ma ridurre stabilmente il costo complessivo del sistema energetico italiano.

  • Se non sbaglio, lei ha più volte evidenziato la necessità di disporre di dati più completi sulla formazione dei prezzi elettrici, sui ricavi inframarginali e sugli oneri di sistema. Quali informazioni e indicatori sarebbero indispensabili per verificare, dopo l’introduzione del tetto, chi ha realmente beneficiato della misura e quale sia stato il risparmio netto per i consumatori?

Il successo di un provvedimento non può essere misurato solamente attraverso la riduzione del prezzo dell’energia elettrica sul mercato all’ingrosso; occorre dimostrare che tale riduzione si sia tradotta in un effettivo e corrispondente beneficio economico per famiglie e imprese.

Il sistema elettrico italiano presenta una perversa stratificazione di meccanismi economici, compensazioni, trasferimenti e componenti tariffarie che rende spesso difficile comprendere quale sia il costo effettivo dell’energia e come venga distribuito tra i diversi soggetti della filiera.

Per questo motivo prima, e non dopo l’introduzione del tetto, sarebbe necessario definire un criterio pubblico di rendicontazione che segua gli effetti economici di ogni passaggio.

Occorrerebbe conoscere periodicamente i volumi di energia elettrica prodotti dalle centrali a gas, il consumo effettivo di combustibile, il costo del gas acquistato, l’andamento del PSV rispetto al TTF e soprattutto l’ammontare complessivo delle compensazioni riconosciute ai produttori, distinguendo chi le finanzia e attraverso quali strumenti.

La riduzione del prezzo marginale dell’energia elettrica produce effetti anche sui ricavi degli impianti che non utilizzano gas, quindi produzioni FV, eoliche e idroelettriche.

Occorre pertanto conoscere come cambiano i ricavi inframarginali delle diverse tecnologie, distinguendo gli impianti che vendono direttamente sul mercato da quelli soggetti a contratti, incentivi o altri meccanismi di regolazione.

Un ulteriore elemento fondamentale riguarda gli oneri generali di sistema.

Bisogna evitare che il beneficio ottenuto attraverso la riduzione del prezzo dell’energia venga successivamente recuperato, direttamente o indirettamente, mediante altre componenti della bolletta o attraverso la fiscalità generale.

Il monitoraggio dovrebbe inoltre comprendere i flussi di importazione ed esportazione, per verificare se parte del vantaggio economico, ottenuto attraverso un intervento finanziato in Italia, finisca per favorire consumatori o operatori di altri Paesi.

Tutti questi dati dovrebbero confluire in un “bilancio economico complessivo”, confrontato con uno scenario attendibile di quanto sarebbe accaduto senza il provvedimento, dal quale risultino separatamente il risparmio lordo sul mercato, il costo delle compensazioni, gli eventuali maggiori costi indotti e, infine, il beneficio netto effettivamente trasferito alle diverse categorie di consumatori.

Sarebbe inoltre indispensabile distinguere gli effetti sui consumatori domestici da quelli sulle piccole e medie imprese e sulle grandi industrie energivore.

Un intervento può infatti produrre risultati molto diversi per chi acquista energia a prezzo indicizzato, per chi dispone di contratti pluriennali e per chi beneficia già di specifiche agevolazioni.

Ritengo quindi che ARERA, GME e gli altri soggetti istituzionali dovrebbero contribuire, per la prima volta, alla pubblicazione di una vera e propria tavola di riconciliazione economica, capace di spiegare come viene distribuito ogni euro di beneficio generato dal provvedimento e quali costi vengano eventualmente trasferiti ad altri attori del sistema.

È proprio l’esigenza di trasparenza che l’amico Filippo Giusto ha posto al centro del suo recente libro La luce tradita – Il sistema elettrico italiano raccontato da chi lo conosce.

Giusto, dopo venticinque anni all’Enel, e un’esperienza nel mercato liberalizzato, nel libro ricostruisce, attraverso dati storici, bilanci e documentazione istituzionale, l’evoluzione dei costi e dei flussi economici del sistema elettrico italiano, analizzando i devastanti costi accessori che il sistema impone ai consumatori senza che ne siano consapevoli.

È una distinzione troppo spesso trascurata nel dibattito pubblico, che tende a concentrarsi solo sulle oscillazioni del PUN, del TTF o della benzina, senza esaminare le partite economiche e finanziarie che accompagnano produzione, distribuzione e vendita dell’energia elettrica.

L’introduzione del tetto sarebbe quindi un’occasione per rendere finalmente verificabile non solo quanto costa una misura, ma soprattutto chi ne trae vantaggio.

Quindi, per ogni euro impiegato, direttamente o indirettamente, per sostenere il tetto al prezzo del gas, quale risparmio netto, documentato e verificabile, sarà effettivamente riconosciuto alle famiglie e alle imprese italiane?

Se non saremo in grado di rispondere con numeri pubblici e controllabili, rischieremo ancora una volta di confondere la diminuzione di un indicatore di mercato con una reale riduzione del costo dell’energia elettrica per il Paese.

 

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Autore: edoardobeltrame

“Ho scoperto il modo di ingannare i diplomatici. Io dico la verità, e loro non mi credono mai.” (C.B.C)

1 commento su “Il tetto al prezzo del gas”

  1. Interessante ed opportuna riflessione che, però, solleva anche qualche perplessità. Da molte parti si è enfatizzata il beneficio che in Spagna è stato ottenuto con l’applicazione di un meccanismo di riduzione del prezzo del Gas impiegato per la produzione elettrica, rispetto mal prezzo di mercato, ed i benefici sono andati ai vari Consumatori, industriali e civili.

    Evidente che l’obiettivo di tale manovra sia quello di ridurre i prezzi in Bolletta per tutti i Consumatori, mentre ipotizzare che tale azione possa favorire l’esportazione di elettricità in UE pare abbastanza peregrina, tenuto conto dell’elevato costo dell’elettricità in Italia, dovuto ad altri meccanismi (che andrebbero finalmente rivisti: ETS e “prezzo marginale”).

    Lamentarsi poi che tale riduzione dei prezzi dell’elettricità vadano anche a ridurre gli enormi margini che il meccanismo succitato generano per chi produce da Rinnovabili sembra davvero fuori luogo.

    Certo, la corretta dinamica che tale azione auspicabilmente produrrà sui costi in Bolletta è doverosa, ma la necessità di calmierare i prezzi dell’elettricità in Italia, una assoluta necessità.

    Poi, per continuare su questa strada, auguriamoci che si riesca infine a superare la speculativa demonizzazione delle Fonti Fossili e si ricominci a produrre anche con il Carbone, soprattutto nella moderna Centrale di CivitavecchiA TVN, un “gioiello” che tenere spenta è semplicemente un’assurdità. Lo stesso Min. Pichetto Fratin aveva dichiarato che al raggiungimento del prezzo GAS di 70 €/MWh, sarebbe stata riaccesa ed il prezzo ha ora superato i 100 €/MWh. Vogliamo contyinuare a farci del male da soli?

    Suvvia.

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