Titoli fuorvianti

Al popolo dei consumatori, che paga 13 miliardi di euro all’anno alle energie rinnovabili, va perlomeno detta la verità, a differenza di quanto capita di leggere sulla stampa.

Nell’articolo in questione si sarebbe dovuto spiegare ai lettori, che potrebbero farsi idee sbagliate, che il 21 maggio 2017 é stato sì raggiunto il picco dell’87% di quota di rinnovabile, ma solamente per un’ora.

In quell’ora di domenica, la domanda di energia è molto scarsa e gli impianti da rinnovabile la riversano in rete per primi, perché il costo marginale di produzione é nullo, però incassano gli incentivi provenienti dalle nostre bollette.

Che la produzione sia stata del 120% significa che, quel giorno, i danesi l’hanno buttata via mentre i tedeschi, in parecchi giorni dell’anno, pagano per versare in rete energia piuttosto che chiudere gli impianti.

Da noi no, perché il prezzo non può “girare in negativo”, se no i produttori non guadagnerebbero e i consumatori non potrebbero pagarli.

Se fosse così anche in Italia, l’87% non sarebbe lontano dal 20% – 30%, che è la quota mensile media da rinnovabile, più bassa in inverno e più alta proprio a maggio.

Basta verificare i rapporti mensili di Terna e fare quattro conti.

Che poi Terna debba ulteriormente investire per bilanciare la rete, sbilanciata dalle stesse rinnovabili, è un’altra brutta notizia perché pagheremo bollette ancora più care.

Scrivere che il picco di un’ora “dimostra come la transizione energetica dai combustibili fossili alle fonti verdi proceda più velocemente delle previsioni e in modo irreversibile” é inutile pubblicità perché ormai le rinnovabili in Italia, senza incentivi, sono arrivate al capolinea.

 

L’energia verde al verde

10478702_450778585062059_1628243108348664884_n-1

Come previsto, senza gli incentivi si arresta la corsa a nuovi impianti fotovoltaici e la produzione cala del 13% : 1.206 kWh prodotti per kW installato, rispetto a una media annua teorica di 1.368.

Il calo, rispetto ai primi sei mesi del 2015, potrebbe rappresentare solo l’inizio di una discesa che sconterà l’assenza degli obbiettivi iniziali, che erano essenzialmente speculativi.

Realizzazioni affrettate, scarsa manutenzione e taglio dei fondi metteranno in crisi il settore, già oggetto di acquisizioni a prezzi di saldo.

Finalmente si parla di moduli di scarsa qualità, dal rendimento ignoto e con difetti non facilmente rilevabili.

Notevoli problemi con gli inverter fabbricati da improvvisati produttori nazionali e di seconda mano, che fanno perdere punti di rendimento quando non sono guasti.

Se poi saltano cavi e fusibili vengono escluse intere batterie di moduli e, per gli impianti non monitorati, passa del tempo prima di accorgersene.

Impossibile rivalersi sulle garanzie dei produttori perlopiù scomparsi: sono arrivate per anni vagonate di pannelli, pagati durante il trasporto e neppure testati.

Molti piazzisti hanno illuso i clienti che l’impianto non richiedeva controlli e manutenzione periodica.

Problema grave per gli impianti di piccole dimensioni, ai cui proprietari era stata prospettata la sola,eventuale, sostituzione dell’inverter,ma solo dopo 10 anni.

Basterebbe tenere puliti i pannelli, ma non tutti ci pensano e talvolta, per quelli installati sui tetti, non è un’impresa semplice.

Pochi verificano periodicamente che la produzione rientri nel range della propria zona geografica; pochi verificano la correttezza della misurazione, rilevata da remoto tramite contatori illegali.

Mancano poi le normative per effettuare le riparazioni: se per gli inverter la procedura è chiara, non lo è per la sostituzione dei moduli, con il rischio che non venga poi accettata dal GSE per riconoscerli.

Le cui vecchie norme imponevano di usare pannelli con potenza uguale a quella degli originali, ma i moduli attuali hanno potenze più alte e costano meno; si costruivano così costose imitazioni dei vecchi pannelli utilizzando celle difettose per limitare la potenza.

Le norme prevedevano anche che, per qualsiasi riparazione, l’incentivo venisse calcolato sulla media delle produzioni pregresse, anche se ridotte da usura o guasti, scoraggiando di fatto manutenzione e riparazioni

Lo spalma-incentivi di Renzi si basava sull’ipotesi che tutti si stessero arricchendo con incentivi esagerati; in realtà i più piccoli hanno margini ridotti e girano quasi tutto alle banche che hanno finanziato l’impianto.

Azzerati i margini, si  taglia la manutenzione abbandonando gli impianti a se stessi, e da qui deriva il calo della produzione.

E poi i furti di moduli e di cavi di rame, rimborsati con lentezza dalle assicurazioni: il proprietario non può anticipare le spese di ripristino e l’impianto resta spento.

Se queste sono le ragioni del calo, un anno più soleggiato non risolverà la questione.

Dopo un breve  periodo di splendore, il fotovoltaico nazionale rischia di affondare in una palude di incuria e degrado, con buona pace di quelli vorrebbero continuare a cavalcarlo e di quelli che continueranno a pagarlo con le bollette.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: