Le ragioni del referendum

Adesso ne discutono tutti ma come siamo arrivati al referendum?

L’articolo 35 del “decreto Sviluppo” fu voluto da Corrado Passera, Ministro allo Sviluppo economico del Governo Monti, per incentivare la “crescita sostenibile del paese”.

Si trattava di un vero e proprio condono per le trivellazioni petrolifere in mare. Soprattutto per quei procedimenti concessori in corso alla data di entrata in vigore del cosiddetto ‘correttivo ambientale’.

Con ‘correttivo ambientale’ si fa riferimento al decreto legislativo n.128 del 29 giugno 2010, a firma dell’allora ministro all’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, che andava ad integrare il Testo unico dell’Ambiente (152/2006) in seguito all’esplosione della piattaforma della BP, del 2010 nel Golfo del Messico.

Mosso dall’onda emotiva, il ministro chiese – e ottenne – che le attività petrolifere fossero vietate lungo tutta la fascia costiera italiana.

Nel 2012 intervenne così Corrado Passera, che estese sì il divieto di trivellare entro le 12 miglia, ma lo circoscrisse ai soli progetti futuri, sbloccando – di fatto – tutti i procedimenti che erano in corso al 2010.

Per queste ragioni il Coordinamento nazionale No Triv e l’associazione “A Sud”, denunciavano un’accelerazione dei procedimenti entro le 12 miglia (alcuni anche entro le 5 miglia).

Secondo i dati forniti dal ministero dello Sviluppo economico i procedimenti sarebbero una trentina, con quattro regioni coinvolte (Marche, Abruzzo, Molise e Puglia) che rilanciano per la primavera del 2016 la strada del referendum abrogativo, contemplata dall’articolo 75 della Costituzione, che da una parte eviterebbe il rischio di non raggiungere le 500mila firme previste e, dall’altra, inchioderebbe le amministrazioni locali alle loro responsabilità.

Anche perché su questo tema i presidenti di Giunta e Consiglio regionali stanno indugiando da tempo.

Il 9 novembre 2012 i Consigli regionali di Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche, Abruzzo e Puglia lanciarono una proposta di referendum popolare “a salvaguardia dell’Adriatico e delle sue coste” approvando all’unanimità un documento che impegnava tutte le assemblee legislative regionali d’Italia a chiedere l’abrogazione proprio dell’articolo 35 del “Decreto Sviluppo”.

Di quell’impegno non si è saputo più nulla. Così come sembra più lacunosa la posizione dei governatori di Basilicata, Puglia e Calabria che a partire dal 15 luglio 2015 – giorno della manifestazione di Policoro organizzata dagli stessi in difesa del mare – hanno dato vita ad una sorta di trattativa con il ministero dello Sviluppo economico per cercare di trovare un accordo.

Dal ministero fanno sapere che “i rappresentanti delle Regioni hanno manifestato la loro contrarietà all’avvio delle attività di prospezione e ricerca offshore nello Ionio e nell’Adriatico in quanto contraddittorie rispetto alle politiche avviate dalle stesse Regioni, chiedendo al Governo una moratoria di questi programmi”.

Il ministero si era impegnato ad approfondire questi temi annunciando un nuovo incontro con le Regioni che non hanno ancora deliberato nulla, in balia di dibattiti interni tra favorevoli e contrari.

La richiesta di abrogazione dell’articolo 35 del “decreto Sviluppo” si inserisce nel dibattito avviato a fine 2014 con l’impugnazione del decreto “Sblocca Italia” da parte di sette Regioni, cui si aggiungono i numerosi ricorsi presentati al Tar Lazio contro i decreti di compatibilità ambientale e contro il nuovo “disciplinare tipo” che rende operativo lo “Sblocca Italia”.

 

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