La farsa del Cap sul prezzo del gas

I forti rincari della bolletta elettrica sono stati contrastati sospendendo per un anno l’applicazione degli oneri di sistema, quelli che finanziano le energie rinnovabili che dovranno essere finanziate con altre risorse.

Ma i rincari delle bollette del gas non avevano questo minimo paracadute, e milioni di italiani, che bruciano gas per scaldarsi, riceveranno, a parità di consumo, bollette triplicate.

La tassazione degli extra-profitti delle società importatrici di gas, ammesso che vada in porto, avrà effetto solo nel 2023, non comporterà un vantaggio automatico per i consumatori e lascerà inalterati i meccanismi speculativi.

Meccanismi noti da tempo al regolatore del mercato – Arera – ma senza che si sia messo in atto un provvedimento correttivo, come hanno fatto Spagna e Portogallo.

Il monitoraggio annuale dell’Arera, documento trasmesso al Parlamento, evidenzia il fatto che l’importazione di gas naturale avviene sulla base di contratti pluriennali, indicizzati al prezzo del petrolio Brent.

Ma non sono invece indicizzati al prezzo del Brent i contratti con i quali l’importatore rivende il gas. L’importatore infatti applica, al PSV ( punto di scambio virtuale), il prezzo spot della borsa di Amsterdam (prezzo TTF, Title Transfer Facility) che risente delle oscillazioni che tutti ormai sappiamo.

Il rapporto tra importatori e operatori è quindi di tipo finanziario e le stesse partite di gas possono essere scambiate più volte a prezzi estremamente volatili, che impattano il prezzo al consumo.

Nel 2020, a fronte di una immissione nella rete nazionale di 70 miliardi di metri cubi di gas, sono state scambiate partite di gas per circa 368 miliardi di metri.

Venendo a dati concreti, il costo del gas naturale indicizzato al Brent (prezzo pagato dagli importatori) passa da 0,22 € euro al metro cubo standard del gennaio 2021 a 0,53 € del giugno 2022, con un rincaro del 140%. Nello stesso periodo il prezzo TTF passa da 0,22 a 1,30 €/smc, con un rincaro del 489%.

Risulta quindi evidente che il prezzo pagato dall’utenza non ha più alcun rapporto con quello pagato realmente dall’importatore.

Per interrompere questa catena speculativa sarebbe sufficiente obbligare ENI – il principale importatore e società partecipata dallo stato – a fissare il prezzo di vendita del gas sulla base dei prezzi di acquisto, dopo aver sommato un adeguato profitto di impresa.

Si potrebbe inoltre inibire l’accesso al mercato a quanti (troppi) svolgono esclusivamente attività di intermediazione: si tratta di oltre 250 soggetti, tra grossisti, venditori e operatori misti.

Ma la decisione scontenterebbe quanti da anni in Italia speculano liberamente sul gas sotto il “monitoraggio” consapevole di Arera, ricavando margini che, secondo alcuni magistrati, vanno in parte a finanziare la politica.

E così il governo, anziché assumere i necessari correttivi in sede nazionale, preferisce ricorrere alla Commissione Europea chiedendo già a marzo di fissare un tetto al prezzo massimo del gas.

Senza riscontro, a fine di giugno si reca a Bruxelles per chiedere una riunione del Consiglio Europeo da tenersi a luglio sul tema energetico.

Ma il Consiglio si limita a invitare la Commissione a produrre uno studio entro settembre per discuterne nel Consiglio di ottobre.

La formula utilizzata è la seguente: “Il Consiglio europeo ribadisce il suo invito alla Commissione ad esplorare con i nostri partner internazionali i modi per contenere l’aumento dei prezzi dell’energia, compresa la possibilità di introdurre tetti temporanei ai prezzi delle importazioni dell’energia, dove appropriato”.

Il governo Draghi lavora poi sulla diversificazione delle forniture, avviando una vera e propria questua in Egitto, Angola, Congo e Mozambico.

Una diversificazione virtuale perché le risposte sono: “se volete il gas venite a scavare”.

Il bilancio finale della questua è solo la promessa di un futuro aumento delle forniture di gas dall’Algeria, che già fornisce circa il 30% del fabbisogno italiano.

La nostra sopravvivenza invernale passerà dalle mani della Russia a quelle dell’Algeria, paese nel quale l’instabilità politica, la corruzione, il terrorismo islamico e il malcontento popolare sono di casa da molti anni.

Oltre al fatto che i russi estraggono da anni gas algerino.

I 200 miliardi messi sul tavolo ieri dai tedeschi, oltre ai veti scontati di Olanda e Norvegia, che il gas lo producono e lo commercializzano, hanno rintuzzato le speranze italiane sul Cap: siamo in guerra? che tutti si arrangino!

Autore: edoardobeltrame

“Ho scoperto il modo di ingannare i diplomatici. Io dico la verità, e loro non mi credono mai.” (C.B.C)

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